Carissime Annunziatine,
Ne approfittiamo per ringraziare sr. Filippa Castronovo fsp, che ci ha accompagnato (dal 2017) con due serie di riflessioni: sulle “donne nella Bibbia” (fino al 2020) e poi sui “profeti”. Poiché nei prossimi ritiri approfondiremo la figura di alcune donne nella Bibbia, può essere utile riprendere anche il materiale proposto da sr. Filippa.
Perché studiare la Bibbia?
Come normalmente non ci nutriamo di
grano ma del pane, così anche la Sacra Scrittura ha bisogno di passare per il
mulino dello studio (per togliere le scorie), poi di venire impastata con
l’acqua della grazia, dopo essere vivificata con il lievito nuovo che è Cristo
ed infine diventare pane quando è trasformata dal fuoco dello Spirito.
Altrimenti rimane solo lettera
morta... anche se ha tutte le potenzialità di nutrire.
Anche gli Ebrei se ne nutrono, ma
senza la luce di Cristo rimane velata la ricchezza e la potenza della Lettera
del Padre ai suoi figli. Anche i non-credenti possono leggere la Bibbia, ma –
come per il giovane Agostino – le scorie (storiche e testuali) viste con occhi
solo terreni non fanno cogliere il disegno della Salvezza, e la Sacra Scrittura
rimane incomprensibile.
La Chiesa vive, si nutre, respira
della Parola di Dio. Per questo non possiamo fermarci a quanto l’occhio vede
del sacramento del Pane Eucaristico o quanto l’orecchio ode della Sacra
Scrittura: servono gli occhi della fede!
Lo scritto di per sé non vale
granché... è quanto ci viene comunicato, poiché proviene da Dio, quello che
conta.
Non possiamo vivere senza l’Eucarestia
(come proclamarono nel 304 i quarantanove martiri di Abitina), ma neppure
possiamo vivere senza la Parola di Dio.
Come il Sacramento Eucaristico ha
bisogno del pane fatto col grano che cresce sulla terra, così anche la Parola
di Dio si nasconde nelle parole e vicende storiche dell’umanità. Non possiamo
fare a meno della parte materiale, però dobbiamo ricercare il frutto spirituale
che ci porta verso il cielo.
Restare nel nido
La parabola del seme di senape è
illuminante. È un seme piccolissimo, un granellino dal peso insignificante, ma
cresce per divenire un arbusto più grande di molte piante dell’orto. Però la
parabola si conclude spostando l’accento su un altro elemento: gli uccelli del
cielo che lì vanno a fare il nido.
Certo la potenzialità di crescita
della senape è notevole (come la quantità di semi che produce) ma la meraviglia
sta nel fatto che gli uccelli del cielo vi possono fare il nido. I figli del
Regno dei Cieli infatti, che sono indicati negli uccellini, trovano tra quei
rami un luogo sicuro. A terra correrebbero dei rischi quando, durante la notte,
non potendo volare potrebbero essere catturati dai predatori che non sanno
volare.
Così anche i cristiani che sono in
questo mondo, ma non sono di questo mondo (cfr. Gv 17,16), vivono restando in
alto, rispetto a questo mondo terreno, per non essere catturati da chi non può
o non vuole elevarsi dal livello terreno.
Da notare ancora che il nido serve
agli uccelli durante la notte, quando a causa delle tenebre non si può volare.
Anche i discepoli di Cristo quando arriva la notte rischiano la loro esistenza
se rimangono a terra.
Quando Giuda esce dall’Ultima Cena,
l’evangelista Giovanni annota “ed era notte” (Gv 13,30). Chi si allontana dal
nido, che è Gesù con il suo Corpo e con la sua viva Parola, rischia di andare
perduto.
Quando è notte non si può agire (cfr.
Gv 9,4). Anche se con buone intenzioni. Si rischia di perdersi come Pietro,
quando cerca di scaldarsi presso un fuoco che non è il suo Maestro. Egli
desidera aiutare Cristo ma non comprende che – con la Passione e la morte in
Croce – è Gesù che lo salva. Nell’orto del Getsemani sguaina il suo gladio (Gv
18,10-11) e viene ammonito: in quel modo non si conquista la salvezza.
Qual è il rischio che corre Pietro e
anche noi oggi? Con buone intenzioni ci si avvicina ai fuochi terreni. A un
fuoco acceso in un recinto che non è quello di Cristo. Pietro lo fa per
scaldarsi, per vedere qualcosa nella notte, per comprendere cosa stia accadendo
al suo amato Maestro... ma quel fuoco e quelle parole lo confondono.
Occorre stare molto attenti ai fuochi
che scaldano la carne ma raffreddano il cuore!
La salvezza viene col canto del gallo,
perché gli ricorda le parole del suo Maestro che sono ancora vive nel suo cuore
(“mi tradirai tre volte” Gv 18,15-18.25-27) e piange: il suo cuore torna ad
ardere nel profondo ... e ritorna al nido, cioè al Cenacolo.
Nutriti dalla Parola
Ancora, l’immagine del nido ci ricorda
che esso è indispensabile per i piccoli uccellini che non sanno ancora volare.
Per loro il nido sull’albero rimarrà luogo sicuro fino a quando non
spiccheranno il volo. Prima è troppo rischioso stare per terra.
Fino a quando non siamo cresciuti,
nutriti dalla Parola di Dio e illuminati dall’Eucarestia non possiamo volare e
testimoniare con la nostra vita di appartenere al Regno dei Cieli. Bisogna
aspettare... c’è un tempo per ogni cosa sulla terra ci ammonisce Qoelet.
Lo studio che facciamo della Parola di
Dio, tanto più del testo evangelico, deve essere “ruminato” bene: questa è la
prima parte del lavoro. Quasi tutti i sussidi (pastorali, storici, esegetici
archeologici, letterari, etc.) appartengono a questa prima fase.
Poi deve essere impastato e lievitato
e questa fase deve essere fatta nelle nostre mani (o se si preferisce nelle
nostre menti) oppure ci facciamo aiutare da qualcuno più abile ed esperto.
Questo va fatto in comunione con la Chiesa (cioè il Magistero), poiché «nessuna
scrittura profetica va soggetta a privata spiegazione» (2Pt 1,20).
Ma bisogna arrivare all’ultima parte,
quella che porta il frutto, quella che alimenta e vivifica. Questa si realizza
nel nostro cuore (cfr. Gv 4,14), lì dove lo Spirito vivifica e trasforma quanto
abbiamo ascoltato e meditato in frutto che nutre e sazia l’anima.
don Gino
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