Preghiera di S.Pio all'Angelo Custode
INSIEME … VERSO LA NOTTE
san Pio da Pietrelcina
Preghiera di S.Pio all'Angelo Custode
INSIEME … VERSO LA NOTTE
san Pio da Pietrelcina
dopo il tempo degli
Esercizi e terminato il caldo estivo, si ritorna alla vita quotidiana. è come riprendere il cammino dopo una sosta:
bisogna riprendere la lena del camminare.
L’uomo è sempre un “viatore”, in viaggio per raggiungere
la vera patria.
È necessario fare delle soste. Ma altrettanto importante è ripartire con umiltà, con tanta pazienza e
senza scoraggiarsi mai.
Il tempo degli Esercizi
è sempre un tempo di grazia, lo sappiamo bene. Ma quante volte abbiamo fatto esperienza che appena tornati alla
vita ordinaria sembra che tutto svanisca. Dove finisce tutta la grazia che
avevamo colto?
Dopo che abbiamo “riposato” con il Maestro Divino (cfr. Mc
6,31) sembra che Gesù ci lasci perché impegnato... e il nostro cuore si
confonde perché si ritrova solo.
Dopo
il necessario riposo
Possiamo fare tesoro
di quanto suggerisce san Francesco di Sales al termine dell’orazione e
della meditazione, così da conservare quanto abbiamo ricevuto nel nostro cuore.
«Uscendo dall’orazione
che ha impegnato il cuore, devi fare attenzione a non provocargli scosse;
rischieresti di rovesciare il balsamo raccolto con l’orazione. [...] Tu devi
fare la stessa cosa uscendo dalla meditazione: non distrarti di colpo, ma
guarda soltanto davanti a te: ossia se devi incontrare qualcuno e prestargli
attenzione, fallo pure, adattati alla necessità; ma senza perdere di vista il
tuo cuore, perché il liquore prezioso dell’orazione si perda il meno possibile»
(Filotea 2,8).
Anche al termine degli
Esercizi Spirituali occorre una simile vigilanza. Se ci precipitiamo in modo
brusco nella vita e negli impegni quotidiani ne rimarremo come storditi.
Il nostro cuore e i nostri pensieri devono continuare a
conservare quanto più possibile il buon odore di Cristo (cfr. 2Cor 14-16). La grazia ricevuta sta come in un vaso: se fosse sigillato non potrebbe diffondersi attorno.
Tuttavia dobbiamo muoverci con prudenza per non disperdere il contenuto
facendolo cadere.
Gesù è Maestro anche in
questo, non solo concede i suoi doni a chi sta vicino a Lui, ma desidera
che impariamo come usare e conservare i doni ricevuti... anche nel frastuono di
questo mondo.
Non basta accogliere,
bisogna anche conservare. Da chi imparare questo atteggiamento se non da Maria che “conservava queste cose nel suo cuore”?
Certo il Signore sempre rinnova le sue grazie, ma quelle
ricevute devono portare frutto. Infine non dobbiamo lasciare che quanto
seminato nel nostro cuore ci venga rubato (cfr. Mt 13,19).
Non si tratta di stare con la testa altrove, ma piuttosto di rimanere con il cuore dove sta il
“nostro tesoro” (cfr. Mt 6,21). Nel profondo della nostra anima dobbiamo
rimanere uniti al nostro Signore, anche quando siamo indaffarati in altre
occupazioni.
La
dolcezza inizia da se stessi
Una regola molto utile indicata da san Francesco di Sales è
quella di vivere ed agire senza ansia e senza agitazione.
L’ansia, l’apprensione
e la fretta eccessiva sono segno che non ci affidiamo pienamente alla Provvidenza divina. È vero che senza
Gesù non possiamo fare nulla (cfr. Gv 15,5), ma è altrettanto vero che Gesù è sempre con noi e non ci abbandona mai
(cfr. Mt 28,20).
L’agitazione è la causa
del rimprovero fatto da Gesù a Marta (Lc 10,41). Quante volte questo
rimprovero vale anche per noi. L’agitazione infatti fa perdere la pace
interiore perché manca di fiducia nella Provvidenza. Per questo è necessario
conservare la pace nell’intimo del cuore. Ma la condizione per stare in pace
con gli altri è quella di stare in pace con noi stessi.
San Francesco di Sales
consiglia come efficace rimedio la dolcezza. «Perché non basta avere la parola
dolce nei confronti del prossimo, bisogna averla anche nel petto, ossia
nell’intimo della nostra anima» (Filotea 2,8). E soggiunge: «Uno dei metodi
più efficaci per conseguire la
dolcezza è quello di esercitarla verso se stessi, non indispettendosi mai
contro di sé e contro le proprie imperfezioni» (Filotea 3,9).
Se dobbiamo avere
pazienza con i difetti degli altri, è bene esercitarsi cominciando a praticare la pazienza con i difetti di casa
nostra.
Anche i rimproveri al
nostro cuore vanno fatti con dolcezza: «... quando il nostro cuore è caduto in
qualche colpa: se lo riprendiamo con osservazioni dolci e serene e gli
dimostriamo più compassione che passione, lo incoraggiamo a correggersi, il
pentimento sarà molto più profondo» (Filotea, 3,9). Quando saremo
allenati con noi stessi riusciremo a mostrare dolcezza anche verso gli altri.
Gesù ci chiede di amare i nostri nemici (cfr. Mt 5,44; Lc
6,27). Ma come faremo a mostrare loro la nostra carità senza iniziare dalla
dolcezza? Sarà dunque utile che ci alleniamo per tempo nella carità verso noi
stessi e poi verso tutti.
Durante
il cammino
La carità rimane sempre la regola suprema dell’agire
cristiano, ma sarà difficile metterla in pratica se non ci fidiamo della sua Divina Provvidenza, cioè rimanendo sempre
uniti a Lui.
San Francesco di Sales suggerisce: «In tutte le tue
occupazioni appoggiati completamente alla
Provvidenza di Dio, che è la sola che
possa dare compimento ai tuoi progetti;
tuttavia, da parte tua, lavora dolcemente per cooperare con essa. [...] Fa come
i bambini che con una mano si aggrappano a quella del papà e con l’altra raccolgono le fragole e le more lungo le
siepi; anche tu fai lo stesso:
mentre con una mano raccogli e ti servi dei beni di questo mondo, con l’altra
tieniti aggrappata al Padre celeste, volgendoti ogni tanto verso di Lui, per
vedere se le tue occupazioni e i tuoi affari sono di suo gradimento. Fa’ attenzione
a non lasciare la sua mano e la sua protezione, pensando così di raccogliere e
accumulare di più. Se il Padre celeste ti lascia non farai più nemmeno un
passo, ma finirai subito a terra» (Filotea 3,10).
Questa immagine ci
intenerisce... ma dovremmo mettere in pratica anche il consiglio indicato, cioè
di rimanere sempre uniti a Dio Padre, verificando di fare la sua volontà e che
la nostra vita sia sempre a Lui gradita.
Non si tratta di non gustare le cose del mondo, che da Dio
sono state create, ma di non gustarne separandosi da Lui.
don Gino
San Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna e dottore della Chiesa
Il 30 luglio la Chiesa ricorda San Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna nel V secolo e Dottore della Chiesa. Il suo soprannome, “Crisologo” – dalle parole d’oro – nasce dalla limpidezza e dalla forza della sua predicazione. Nato verosimilmente a Imola verso la fine del IV secolo, si formò nel clero locale e, attorno al 433, fu scelto da papa Sisto III per guidare la sede ravennate, allora vicina alla corte imperiale.
Della sua attività pastorale restano circa 176 omelie, brevi e dense, in cui propone un cristianesimo essenziale: la centralità del Mistero dell’Incarnazione, la grazia del Battesimo e dell’Eucaristia, la necessità di un cammino penitenziale fatto di preghiera, digiuno ed elemosina. Con tono mite ma fermo, combatté superstizioni e residui del paganesimo, consolidando l’ortodossia maturata dopo il Concilio di Efeso (431).
Emblematica la lettera indirizzata al monaco Eutiche (c. 449), nella quale esorta a evitare nuove controversie cristologiche e a custodire la comunione con la Sede di Roma. La sua autorevolezza si espresse in una Ravenna crocevia dell’Occidente tardoantico, accanto alla corte di Galla Placidia e Valentiniano III, con attenzione costante alla catechesi del popolo e alla cura dei poveri.
Morì intorno al 450, probabilmente a Imola. Nel 1729 Benedetto XIII lo proclamò Dottore della Chiesa, riconoscendo il valore perenne della sua teologia pastorale e della sua arte oratoria. Il suo culto, radicato in Emilia-Romagna, si è diffuso ampiamente grazie alla trasmissione delle omelie nella tradizione patristica latina. Figura di vescovo pastore e predicatore, continua a indicare una via dove dottrina e carità si illuminano a vicenda.
(da internet) - Wikipedia
La donna associata allo zelo sacerdotale
Beato Alberione
La fortezza è la virtù morale e soprannaturale che rende l’animo generoso
e intrepido nel lavoro per il cielo, nonostante le difficoltà, le paure e, forse la stessa morte.
Il cuore forte sa intraprendere e sopportare.
Beato Alberione.
"Il Signore t'ha benedetta nella sua potenza,
per mezzo di te ha annientato i nostri nemici" (Giud.13,22)
Oggi è universalmente riconosciuto il valore di questo principio nella cura d’anime: al sacerdote e più specialmente al parroco spetta il dovere di valersi di tutti per ottenere il fine suo: salvare le anime. Egli non può mettere in disparte alcuno dei mezzi ed alcuno dei cooperatori: canto, circolo di cultura, conferenze, avvisi, delicate industrie ecc.: curati, beneficiati, membri delle associazioni cattoliche, compagnie religiose ecc.: e tra tutti questi mezzi di salvezza e tra questi cooperatori uno ve ne ha importantissimo, abilissimo, efficacissimo: la donna. Dunque l’utilizzi, dunque la diriga, dunque se ne valga in ogni occasione: beninteso con prudenza, come si vedrà in seguito.
L’uomo nell’ordine fisico è incompleto senza la donna: poiché se egli ha la forza gli manca la grazia posseduta dalla donna: se egli ha l’intelligenza la donna ha il cuore: uniti questi due esseri si completano e dànno origine ad altri uomini.
Qualcosa di simile è della missione sacerdotale e della missione della donna: il sacerdote ammaestra, comunica i carismi della grazia, santifica dal tempio: ma la donna prolunga questa sua divina influenza sino fra le mura domestiche, la donna porta al sacerdote l’uomo. Il sacerdote senza la donna perderebbe tre quarti della sua influenza nella società, la donna senza di lui la perderebbe tutta. Come tra Dio e l’uomo sta il sacerdote, così tra il sacerdote e l’uomo sta la donna, anello di congiunzione.
Ed ecco il vincolo strettissimo che unisce il sacerdote e la donna: la comune vocazione; ed ecco nel sacerdote l’obbligo di un oculato e prudente indirizzo alla donna nella scelta dei mezzi: ed ecco nella donna il dovere di un’umile docilità ai consigli del sacerdote.
Che se ancora un dubbio ci sorgesse in mente, guardiamo alla storia: a fianco ai grandi benefattori dell’umanità e ai grandi santi del cristianesimo troverete sempre una dolce figura di donna e di santa, che quasi ne completa l’opera. A fianco di san Benedetto, il grande patriarca del monachismo occidentale, vedete santa Scolastica sua sorella; a fianco di san Francesco d’Assisi, il santo così universalmente amato,è santa Chiara, sua concittadina; a fianco dei Padri Domenicani sono le Domenicane; a fianco di san Francesco di Sales è santa Giovanna Francesca di Chantal; san Vincenzo de’ Paoli ha fatto per la Chiesa e per le anime assai più coll’istituire le Suore della Carità che col fondare la famiglia dei Religiosi della Missione. Il venerabile Cottolengo fu assai coadiuvato da Marianna Masi e il venerabile don Bosco dalla propria madre, Margherita Bosco.
Questo è l’ordine provvidenziale del mondo: né tocca a noi mutarlo: opponendoci renderemmo sterile il nostro nobile ministero: coll’adattarvisi opereremo con minor fatica un bene centuplicato. È necessaria un’avvertenza, a scanso di fraintesi.
Da quanto ho detto e sto per dire, alcuno potrebbe forse credere che io voglia asserire la donna non dovere occuparsi d’altro che cooperare al sacerdote: o almeno che quando non fa questo, non risponda alla missione sua. Non è precisamente in questo senso che intendo parlare. La donna ha da prestar un aiuto materiale all’uomo: e nel far questo ognuno vede quale immenso campo è preparato alla sua attività: ma io di questo non intendo occuparmene precisamente, esorbitando dal mio scopo. La donna ha da prestare aiuto morale-religioso all’uomo: e questo può avvenire in due modi: o direttamente, dirò così, nell’opera e nell’indirizzo datole dal sacerdote: o indirettamente, entrando soltanto nello spirito della missione sacerdotale, che è pure parte della missione femminile. Anche questo è assai apprezzabile: ma è specialmente del primo che qui intendo trattare; giacché dell’altro sono già in gran numero i libri che ne parlano, alcuni anzi egregiamente.
LA POTENZA DELLA DONNA
Come alla forza si resiste con la forza, e trionfa il più forte; come dinanzi all'intelligenza si usa il raziocinio e vince chi ha argomenti migliori e logica più stringente; così fra due cuori il trionfo è sempre del più grande: e tra l'uomo e la donna la prevalenza del cuore non si discute. La donna non calcola il proprio ideale, ma l'intuisce e, fattolo suo, l'ama con tutto il suo essere e, vi tende con tutte le sue forze, lo sostiene appassionatamente di fronte all'uomo. Lo sostiene con la debolezza. Cosa meravigliosa: quanto più un essere è debole, tanto più forte sarà la sua preghiera. Se il povero è più povero, ha maggior efficacia presso il ricco; se il bambino è più piccolo, più facilmente disarma anche il mostro di crudeltà. E questa è la forza della donna: essa è regina finchè chiede umilmente; quando volesse comandare o ragionare, allora il suo impero si sfascia. E l'umile supplica, la donna non l'adopera solo di fronte all'uomo per convalidare i suoi desideri, ma specialmente di fronte a Dio. Ella prega per l'uomo: prega con la confidenza del bimbo, con l'umiltà del povero; con la costanza, spesso, del martire. Prega, e Dio l'esaudisce, perchè chi non sa che la preghiera è onnipotente presso il cuore di Dio? Chi non sa che Dio dà tutto a chi lo prega bene? Ed ecco la donna che, per la sua debolezza, diventa forte della fortezza di Dio; ed ecco che la donna vince perchè ha con sè Dio. La donna sostiene il suo impero con la bellezza: bellezza che cresce nella virtù, nella modestia, nel pudore. È vero ciò che sta scritto nell'Ecclesiastico: «Per causa dellabellezza della donna molti sono caduti nella perdizione e da essa viene accesa come fuoco la concupiscenza» (Siracide 9,9); ma d'altra parte è pur vero che la bellezza, unita alla virtù, muove il cuore dell'uomo, l'inclina verso di lei e diventa un mezzo potentissimo per innalzarlo verso il Signore. La donna sostiene l'uomo col suo spirito: l'uomo considera le cose, astrae, generalizza; la donna tutto analizza e vivifica. La donna sente Dio, la virtù, quanto vi ha di bello e di buono: e nel sentire ama, e nell'amare persuade, e persuadendo comunica un'unzione tutta particolare del suo cuore. L'uomo ne resta dominato, direi, spesso incantato.
La donna sostiene l'uomo col sacrificio: ma sacrificio che si compie in mille cose minute, che l'uomo sovente non cura o addirittura disprezza.
La donna per compiere la sua sublime missione ha a suo servizio amorose sollecitudini, esortazioni dolci e forti, rimproveri pieni di tenerezza soave, preghiere condite di lacrime cocenti, sguardi che sono una rivelazione, una ispirazione, una intuizione, una suggestione; così ella previene cadute, rialza chi è inciampato, sprona al bene, eleva opportunamente.
Osservate a quante cose arriva una donna, come nulla le sfugge, come tutto prevede, aggiusta, ripara, dispone. Questo è un fatto verissimo ma troppo frequente per cui non è sufficientemente stimato. E’ difficile capire le tenerezze d'una sorella, i riguardi assidui e delicati di una sposa, le sollecitudini continue ed amorose d'una madre. Ella non risparmia fatiche, veglie, privazioni, sangue, vita; e, soffrendo, gode di soffrire; morendo, gode di consumarsi, pur di ottenere quanto vuole per l'essere che ama. E l'uomo rimane vinto, cade ai suoi piedi, si arrende e dice praticamente: chiedi quanto vuoi; chi può resistere alle tue richieste?
La posizione della donna
In secondo luogo la donna è potente per la sua missione domestica e sociale. Questa è per lei come il miglior punto strategico per un capitano. La donna è nella famiglia più che non l'uomo; come figlia, sposa, madre. Ora quanto non può una figlia sull'animo dei genitori e su quello dei fratelli? Vi sono intere famiglie allevate cristianamente da una sorella maggiore. Tanti fatti storici confermano la cosa, tanto da farla diventare ordinaria ! Quante volte una buona figliuola non ha ritenuto da eccessi genitori e fratelli? Quante volte una buona figliuola non ha istruito i suoi cari, piccoli e grandi, nelle verità religiose in modo così naturale e delicato, da passare inavvertita ma da essere efficace? Quante volte non ha attirato i parenti alla Chiesa, alla parola di Dio, ai SS. Sacramenti? Quante volte una buona figliuola di soda pietà non ha sparso il profumo del proprio spirito tra le mura domestiche? non ha indotto soavemente al parlare castigato, al vicendevole compatimento, all'amore reciproco, all'adempimento del dovere? Si domandò un giorno ad una nobile donzella, sorella di un avvocato di grido, scapolo, come mai ella avesse rifiutato la mano di tanti giovani buoni, ricchi, onorati. La donna alzò gli occhi al cielo, poi li abbassò, e mentre il volto si copriva di un lieve rossore, mormorò: «Ahi l'anima di mio fratello!... ». Era la vittima che aveva sacrificato tutto per restare al fianco del fratello, per salvarlo. Ed aveva già ottenuto tanto! La sposa poi, alla forza dell'affetto, aggiunge la libertà che le proviene dall'essere la compagna del suo sposo, e perciò può ancora di più. Quante volte è solo per lei che si è compito il matrimonio religioso, che in casa si prega, che il marito si porta alla Messa ed ai Sacramenti. « Mio marito fa quello che gli dico io - confidava una sposa. – E’ ora di andare alla Messa, gli dico.
Ed egli cede e mi accompagna ». Ed anche là dove più non giunge la voce del Sacerdote, anche a quell'uomo il quale non pensa che al lavoro e al guadagno, anche a quel disonesto, il quale non sogna che piaceri e passioni, anche a quell'infelice travagliato dalla febbre degli onori o dalla sete di vendetta, anche a costoro può sempre o quasi sempre giungere la voce d'un angelo: voce dolce, suadente, ascoltata d'una sposa. Quante volte si rinnova lo spettacolo di S. Cecilia che conduce il marito al Sacerdote di Dio! Quante volte si ripete il fatto di Emilio Littrè ! Filosofo positivista, storico evoluzionista, senatore a vita, massone zelante, ricevette negli ultimi giorni della vita il S.Battesimo. Il merito della conversione? la sposa e la figlia: l'ottennero col sacrificio, con la preghiera, coi servizi più assidui, con le parole più dolci, con la medaglia della Vergine: argomenti più forti sul cuore che non la logica alla mente! Oh quanti consorti dovranno rendere giustizia nell'eternità alla loro benefattrice e dire: Sono salvo per la mia sposa.Ma la donna tocca l'apice della sua potenza quando è elevata alla dignità di madre; forza d'amore, libertà di parole, autorità divina sui figli si congiungono allora in lei. E chi forma l'anima dei figli è appunto la madre: il padre fa eseguire, ma la madre crea la coscienza dell'azione; il padre traccia come lo scheletro di educazione, ma la madre lo completa, lo vivifica; il padre agisce sul figlio presente, la madre anche sul figlio lontano dalla casa e dal suo sguardo, sul figlio superstite.Montaigne e Smiles concordemente affermano: « La casa dipende siffattamente dalla donna da potersi e doversi asserire che la felicità o l'infelicità della casa medesima sono opera sua ».E il De Maistre: « Sulle ginocchia della madre si forma ciò che il mondo ha di più grande: l'uomo ». Questa verità è di evidenza così chiara e di esperienza così ordinaria da non aver bisogno di dimostrazione. Il fatto di Coriolano che cede innanzi alla madre, se è vero, non è che uno degli infiniti episodi d'ogni giorno. Quante volte si può ripetere ciò che disse S. Ambrogio a S. Monica: « E’ impossibile che si perda il figlio di tante lacrime ! » Rimarrebbe ora a vedere quanto possa la donna per la sua posizione sociale, e questo si vedrà più chiaramente nella seconda parte.
LA VOCAZIONE DELLA DONNA
Il Bougaud, dopo aver considerato la potenza della donna, esclama: « Initium et finis mulier »: in ogni cosa grande vi trovate come principio e fine la donna. E Tacito: « Inesse in eis quid divinum»: la donna ha in sè una orma della potenza di Dio. Ma perchè questo Dio,che fa bene ogni cosa, che tutto rettamente dispone in peso e misura, secondo i suoi altissimi fini, perchè questo Dio è stato così munifico verso la donna? La risposta è esplicita e logica: perchè l'aveva destinata a una nobilissima vocazione; i doni largiti alla donna sono i mezzi necessari alla sua missione. Rifacciamoci all'origine del mondo. Quando Dio ebbe creato l'uomo, dice la S. Scrittura, Egli guardò a lui e, tocco il cuore di compassione alla vista della sua solitudine, pronunciò quella parola: «Non è bene che l'uomo sia solo: facciamogli una compagna simile a lui che gli serva di aiuto»(Genesi 2:18)E creò la donna per aiuto dell'uomo. Ma per aiutarlo in che cosa? Nei suoi lavori, nelle sue angosce? Si: è acerbo il dolore quando si soffre da soli! Per condividere le gioie, e sogni di felicità? Sì, perchè si gode assai poco, quando si gode soli! E siccome l'uomo non è creato per la terra ma per il cielo, siccome Dio collocò in lui speranze celesti, aspirazioni e slanci sublimi, siccome il mondo è l'esilio, mentre il cielo è la patria: sorreggere l'uomo in questo cammino, condurlo amorosamente all'eternità beata, procedervi sostenendosi a vicenda, costituisce l'altissima missione della donna, adjutorium simile sibi. «Son due - dice il S. Padre Pio XII - l'uomo e la donna, che camminano a paro e si dànno la mano e si legano col vincolo di un anello; nodo amoroso che anche il paganesimo non dubitò di chiamare "vinculum iugale". Che è mai dunque la donna se non l'aiuto dell'uomo, colei a cui Dio concesse il sacro dono di far nascere l'uomo al mondo? » L'uomo, curvo sulla terra che doveva lavorare, avrebbe forse perduto facilmente di vista il cielo: Dio gli diede un angelo, un apostolo, un amico intimo, persuasivo, amabile onde gli conservasse la luce e l'attrattiva verso la meta.
Si procede bene, la mano nella mano! Gen,2,18 E’ però tristemente vero che Eva si valse di questo dolce ascendente su Adamo per trascinarlo seco nella colpa. Ma Dio, punendolo, non mutò la missione della donna: l'uomo caduto abbisognava ancora di più dell'aiuto di lei. Se la donna, sotto il dominio brutale del paganesimo, per diffidenza dell'uomo, cadde schiava, oppressa o almeno fu allontanata dall'uomo, Dio pensò a rilevarla da tale stato: se no, essa non avrebbe più potuto esercitare la sua missione. Maria fu l'alto tipo della donna cristiana: Essa compì il suo ufficio di sollevare l'uomo, di distaccarlo dalla terra, di condurlo al cielo. La donna riabilitata da Gesù Cristo, venne con paziente ed assiduo lavoro rimessa al suo posto primitivo. Dopo diciannove secoli, la donna cristiana gode di nuovo quel santo ed universale rispetto, quel tenero e religioso amore, quegli onori e quei riguardi di delicatezza che rendono possibile l'esercizio della sua missione. Quel certo spirito di cavalleria, che nonostante le naturali esagerazioni, dominò tanto nel Medio Evo e forma ancor oggi come l'incanto e il profumo della società civile, è tutto uno spirito ed un frutto delle dottrine cristiane sulla donna.
In essa troviamo di nuovo quel profumo di purezza, quell'aureola di modestia, quella bellezza grave, quell'amabile libertà, quella virtù generosa e quel desiderio intenso di attrarre il cuore dell'uomo per innalzarlo al cielo e condurvelo seco. Quanti uomini, specialmente nel turbinio presente della vita, dimenticherebbero forse Dio, l'anima, l'eternità, se non avessero una sorella, una sposa, una madre, una flglia... L'uomo meglio fornito di doni e di studi, tra gli affari e le occupazioni del presente, facilmente dimentica l'idea del futuro: il visibile lo soffoca, il suo volto si abbassa. E lo dimentica, anche perchè molte donne non vivono all'altezza della loro missione. Lo lamenta il S. Padre Pio XII: «Il meraviglioso progresso materiale, non accompagnato e non seguito da un corrispondente progresso morale, ha finito con tutti i suoi agi e le sue comodità di soffocare nelle coscienze i valori spirituali e di mettere l'uomo fuori di Dio e contro Dio.
«L'applicazione delle scoperte scientifiche, i mirabili progressi della scienza, le sorprendenti realizzazioni della meccanica hanno trasformato il mondo; ma la donna, creata da Dio per ricordare all'uomo il suo fine spirituale, immortale, eterno, non ha saputo guidare se stessa per le difficili vie della civiltà moderna, non ha saputo difendere e salvaguardare l'importante trincea dei valori spirituali. non ha saputo essere la misura di tutto, come avrebbe dovuto, per la sua missione. Così ha finito di essere travolta e divenire prima il trastullo, il giocattolo grazioso della vita, poi lo strumento di corruzione, di rovina, di peccato. « Spetta alle giovani migliori - e chi non vuol essere tra quelle? - saldare la rottura profonda, ricomporre il disaccordo, ristabilire l'armonia tra le nuove forme di vita e la legge di Dio, attingendo alla fede religiosa, alla coscienza della propria dignità, al senso di responsabilità umana e civile, la forza per essere all'altezza dei tempi, non solo nel portamento esterno, ma in quello spirituale e morale ». L'uomo è in uno stato di inferiorità rispetto alla donna: mentre la avanzerebbe per forza della sua intelligenza. Ciò che l'uomo dimentica, è precisamente quanto la donna più facilmente ricorda, perchè lo sente sempre vivo. Ella non cura tanto la logica, ma se si tratta delle cose spirituali le intuisce meglio, le gusta meglio, vi inclina più facilmente. Qualcuno ha detto: la religione è per le donne. Non è per le donne nel senso di escludere gli uomini; ma è per le donne nel senso che la donna naturalmente è più inclinata alle pratiche di pietà. « Anche la Chiesa, disse il Papa Pio XI alle Donne Cattoliche, vi rende questo onore, chiamandovi il sesso devoto. E voi dovete, con la religione e per la religione, essere aiuto dell'uomo ». Chi mette la donna fuori di tal missione, la mette fuori della sua vocazione: la rende una spostata. La donna che non fa questo è inutile, se non dannosa, nel mondo. Alla donna che si insuperbisse o si lamentasse di dover lavorare per la conversione del marito si potrebbe far presente che quello è il suo esplicito dovere.
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