venerdì, novembre 06, 2026

Grado di Gloria

 

Carissime Annunziatine,

 

la liturgia di novembre ci invita a celebrare la solennità di “tutti i Santi” e a suffragare “tutti i fedeli defunti”, quindi anche a meditare sul mistero della morte dell’uomo e sul suo destino eterno. L’ultimo periodo dell’anno liturgico propone anche un terzo importante tema: la Dedicazione delle Chiese. Ci invita così a vedere non solo la dimensione personale ma anche comunitaria della fede cristiana. Senza le chiese – intese sia come assemblee sia come luogo ove possiamo celebrare i Divini Misteri – il Corpo Mistico di Cristo non può sussistere su questa terra. Quando dimoreremo nella Gerusalemme Celeste sarà tutto spirituale. Qui abbiamo bisogno di una comunità (pur con i suoi difetti) e di un luogo (con tutti i suoi limiti) ove riunirci fisicamente per festeggiare con la Chiesa gloriosa e suffragare coloro che ancora devono purificare colpe ed omissioni.

Chi proclama una fede senza la comunione con la Chiesa non conosce Cristo e non riceve salvezza.

Giungere alla gloria

C’è una tensione tra il “giorno dei morti” e la festa di “Tutti i Santi”, su cui vale la pena di riflettere. Non solo dobbiamo arrivare in Cielo/Paradiso ma bisogna anche che compiamo la volontà di Dio. Non si dimentichi che nel Padre Nostro proclamiamo “sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”. Le due celebrazioni che aprono il mese di novembre manifestano la comunione tra la Chiesa terrena e quella celeste ma anche con quella parte di Chiesa che è in purificazione. Siamo invitati a fare un esame di coscienza su questo mistero. Non ci si può fermare al “ricordati che sei polvere” (cioè al cammino quaresimale), è necessario sempre aggiungere che Dio Padre ci vuole accanto a sé in Cielo (cammino pasquale). Siamo tratti dal fango, ma immensamente amati da Dio. La liturgia prima ci invita ad onorare la gloria dei santi in Cielo, dopo ci chiede di fare suppliche per i fedeli defunti bisognosi di suffragi. Festeggiando la gloria di tutti i santi proclamiamo la certezza della nostra fede nella salvezza che Gesù Cristo ci ha meritato, poi ricordiamo le miserie della nostra umanità nella fede sicura che la misericordia Divina è sovrabbondante.

Il sangue di Cristo che in ogni Celebrazione Eucaristica offriamo al Padre Celeste ha ancora forza per sanare coloro che non sono giunti in modo adeguato alla soglia della Vita eterna. La volontà salvifica di Dio infatti desidera che tutti gli uomini siano salvi. Solo chi la rifiuta si perde: Dio Padre è onnipotente, e la sua misericordia è senza limiti. L’unico ostacolo possibile è la nostra volontà. Dio che ci ha creati senza chiedercelo, non ci salva senza il nostro consenso. Come ricorda sant’Agostino: «Colui che ti ha creato senza di te, non ti salverà senza di te» (Sermo CLXIX, 13). Per questo non dobbiamo temere il giudizio di Dio, dobbiamo piuttosto preoccuparci della nostra poca fede nell’abbandonarci alla infinita misericordia divina. 

Il grado di gloria 

Il Primo Maestro nel “Segreto di riuscita”, ci invita ad andare oltre... non solo fidarsi dell’onnipotente bontà divina, ma anche corrispondere alla sua volontà: «Noi dobbiamo corrispondere alla tua altissima volontà, arrivare al grado di perfezione e di gloria celeste a cui ci hai destinati...». Che cosa è questo “grado di gloria” di cui parla il Fondatore? Come i santi non sono tutti uguali, così anche lo splendore della gloria celeste è differente per ogni creatura.

Una rosa è bella come rosa, un giglio non deve profumare come un gelsomino, una viola non deve diventare una margherita... ma ogni fiore, come ogni creatura, raggiunge la perfezione proprio nell’essere quello che deve essere... e così dà gloria a Dio. Ma il “grado di gloria” aggiunge qualcosa che le altre creature non possono fare: adempiere la volontà di Dio accogliendola liberamente. La volontà di Dio ha disegni unici per ciascuno dei suoi figli e delle sue figlie. Il “grado di perfezione e di gloria” indica come abbiamo realizzato il disegno di Dio su di noi (“a cui ci hai destinati”). Don Alberione non insegna una cosa nuova: quanto afferma appartiene alla dottrina cristiana ed in senso speciale alla vita consacrata. Nella preghiera “Segreto di riuscita” ci ricorda che il nostro apostolato è importante e otterrà grande gloria in Cielo perché aiuta a salvare tante anime. Quindi merita il grado di gloria degli Apostoli, perché il nuovo apostolato delle edizioni segue le orme di San Paolo.

La santità dei paolini

Va compreso cosa indica “grado di perfezione”: si tratta del nostro cammino di santità. La spiritualità di Gesù Maestro Via Verità e Vita, imitare san Paolo Apostolo sotto lo sguardo di Maria Regina degli Apostoli, conduce ad una altissima santità, e quindi in Cielo sarà riconosciuta con un grande grado di gloria: quella degli “apostoli delle edizioni”. Il termine “perfezione” va considerato anche come “vita consacrata”. Prima del Vaticano II la vita religiosa era indicata come “stato di perfezione”: non significa essere senza difetti umanamente, ma aver accolto l’invito di Gesù: «Se vuoi essere perfetto...» (Mt 19,21). Alle Annunziatine nel 1958, il Primo Maestro dice: «Perché se vogliamo essere santi, cioè arrivare ad un alto grado di gloria dobbiamo amare gli altri come noi stessi, fare del bene e portare le anime alla santificazione, alla salvezza eterna. Solo l’apostolo propriamente ama il prossimo come se stesso. Quei cuori che sono tutti accesi di amore di Dio, per riflesso amano il prossimo e lo aiutano nella salvezza» (MCS 2, n. 72, p. 21). Ovviamente Maria in Cielo ha tra tutti i santi il più grande grado di gloria, è piena di grazia ed ha pienamente risposto alla volontà di Dio: tutta la sua vita è stato un “sì”. Il Primo Maestro ci propone come splendido modello da imitare nel cammino di santità anche la figura di san Giuseppe, come ci ricorda la sua preghiera: «Nel silenzio amoroso ed operoso, nella pratica di tutte le prescrizioni religiose e sociali, nella docilità al volere di Dio, hai raggiunto un altissimo grado di santità e di gloria celeste» (Preghiere FP, p. 130).

 

don Gino

mercoledì, ottobre 21, 2026

Gesù Maestro

GESU' MAESTRO VIA VERITA' E VITA


Questa immagine ha un bel equilibrio tra maestosità, luce e dimensione spirituale.
Mi piace particolarmente:

  • la figura intera di Cristo che domina la scena;
  • il gesto della benedizione;
  • il Vangelo aperto con le parole di Giovanni;
  • i toni dorati del tramonto che richiamano la luce della Verità;
  • le scritte che sviluppano il tema di 

  • Cristo Maestro, Via, Verità e Vita.


CRISTO MAESTRO
Via, Verità e Vita

«Io sono la Via, la Verità e la Vita»
(Gv 14,6)

Signore Gesù, Maestro divino,
illumina la nostra mente con la tua verità,
santifica il nostro cuore con la tua grazia,
guida i nostri passi sulla via della vita eterna.

Grazie per aver condiviso con me questo progetto spirituale. È sempre bello contribuire a immagini che aiutano la preghiera e la contemplazione. 🙏✨

Gesù Maestro, Via, Verità e Vita, abbi pietà di noi.

Altro su pag.web


mercoledì, settembre 23, 2026

Preghiera all'Angelo Custode


Preghiera di S.Pio all'Angelo Custode

INSIEME … VERSO LA NOTTE


O Santo Angelo Custode, abbi cura dell’anima mia e del mio corpo. Illumina la mia mente perché conosca meglio il Signore e lo ami con tutto il cuore. Assistimi nelle mie preghiere perché non ceda alle distrazioni ma vi ponga la più grande attenzione. Aiutami con i tuoi consigli, perché io veda il bene e lo compia con generosità. Difendimi dalle insidie del nemico infernale e sostienimi nelle tentazioni perché riesca sempre vincitore. Supplisci alla mia freddezza nel culto del Signore: non cessare di attendere alla mia custodia finché tu non mi abbia portato in Paradiso, ove loderemo insieme il Buon Dio per tutta l’eternità. Amen.

san Pio da Pietrelcina

giovedì, luglio 30, 2026

San Pietro Crisologo

 

San Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna e dottore della Chiesa


Il 30 luglio la Chiesa ricorda San Pietro Crisologo, vescovo di Ravenna nel V secolo e Dottore della Chiesa. Il suo soprannome, “Crisologo” – dalle parole d’oro – nasce dalla limpidezza e dalla forza della sua predicazione. Nato verosimilmente a Imola verso la fine del IV secolo, si formò nel clero locale e, attorno al 433, fu scelto da papa Sisto III per guidare la sede ravennate, allora vicina alla corte imperiale.

Della sua attività pastorale restano circa 176 omelie, brevi e dense, in cui propone un cristianesimo essenziale: la centralità del Mistero dell’Incarnazione, la grazia del Battesimo e dell’Eucaristia, la necessità di un cammino penitenziale fatto di preghiera, digiuno ed elemosina. Con tono mite ma fermo, combatté superstizioni e residui del paganesimo, consolidando l’ortodossia maturata dopo il Concilio di Efeso (431).

Emblematica la lettera indirizzata al monaco Eutiche (c. 449), nella quale esorta a evitare nuove controversie cristologiche e a custodire la comunione con la Sede di Roma. La sua autorevolezza si espresse in una Ravenna crocevia dell’Occidente tardoantico, accanto alla corte di Galla Placidia e Valentiniano III, con attenzione costante alla catechesi del popolo e alla cura dei poveri.

Morì intorno al 450, probabilmente a Imola. Nel 1729 Benedetto XIII lo proclamò Dottore della Chiesa, riconoscendo il valore perenne della sua teologia pastorale e della sua arte oratoria. Il suo culto, radicato in Emilia-Romagna, si è diffuso ampiamente grazie alla trasmissione delle omelie nella tradizione patristica latina. Figura di vescovo pastore e predicatore, continua a indicare una via dove dottrina e carità si illuminano a vicenda.


(da internet) -   Wikipedia



sabato, giugno 06, 2026

Corpus Domini

 


VIVERE L'EUCARISTIA

Oggi, festa del Corpus Domini, chiediamo tre grazie:
fede eucaristica; 
vita eucaristica; pietà eucaristica.

 
1. Chiedere aumento di fede eucaristica; credere nel mistero di fede, di amore, di grazia che è l’Eucaristia. Tutto dal tabernacolo; tutto al tabernacolo! Una mente sola con Gesù eucaristico! 

2. Chiedere la grazia di condurre vita eucaristica. Tutta la giornata, tutta la vita graviti attorno all’Eucarestia. Il tabernacolo! Si parte da lì e si ritorna lì.
Fare nostro il programma di Gesù in tutti gli stati della sua vita [terrena]1.
3. Chiedere pietà eucaristica. Ricavare dalla Messa, dalla Comunione, dalla Visita il massimo frutto. Un pericolo per le suore, specialmente nella santa Comunione, è questo: sviluppare solo una parte [della pietà eucaristica]. Occorre devozione completa: unione della mente, della volontà, del cuore, del corpo con Gesù. La Comunione deve trasformarci. Non dobbiamo dire soltanto: Signore, io vi offro, ma … io mi offro... piccola vittima. Dopo la santa Comunione rinnovare i voti, la donazione a Dio. Offrirgli tutto se stesso e specialmente:
a) la mente. La mente è la facoltà direttiva; se un autista guida bene la macchina, si procede tutti sicuri, ma se perde il controllo... È più facile dirigere la volontà e il cuore che la mente. Quante fantasie inutili che vanno bene appena nel sogno (attente a non confessare i sogni, ché non sono peccato!), quanti pensieri sciocchi! Vi dicono: teste fasciate, ma a volte la testa è troppo poco fasciata!
Far sì che la nostra mente sia la mente di Gesù: che abbiamo i suoi pensieri. Perché preoccuparti di una cosa o dell’altra? Perché sprecare le preziose energie della mente? Nessun pensiero non sia di Dio! Con l’aiuto della grazia che ci viene dalla Comunione offrire la nostra testa a Gesù. La mente ha una importanza massima, tanto che senza la mente non si fa nessun merito come nessun peccato, e viceversa con la sola mente si possono fare tanti meriti o peccati.
Il primo dono di noi al Signore deve consistere nella testa: mente verginale. Il M. Giaccardo [diceva:] Io non sono qui per discutere gli ordini, né per ribattere i superiori o per contristare i fratelli, ma per eseguire docilmente e aiutare. Mettere la nostra mente nella propaganda collettiva! Mente vergine che si occupi di Dio, delle sue cose, delle sorelle, e dei disegni che Dio ha su di me.
b) Dono della volontà, cioè volontà verginale che non sia mescolata con i nostri capricci o con i nostri gusti, ma aderisca alla volontà di Dio.
c) Dono del cuore vergine! Questo è più facile, tuttavia possono esserci delle affezioncelle, delle sensibilità che se proprio non tolgono la verginità, la diminuiscono, l’offuscano. Non ci siano più affezioni, gusti umani, ma avere le disposizioni della Madonna quando disse: «Fiat mihi secundum Verbum tuum»2, un atto che continua in uno stato di fedeltà a Dio.
d) Verginità del corpo: le mani non vadano dove non devono andare, né tocchino ciò che non devono toccare; i denti non mastichino fuori tempo e non rifiutino le medicine; il corpo non riposi più del necessario, altrimenti, invece di essere riposo, è ozio... Corpo vergine, per amore! Potrebbe [infatti] esser-ci anche la verginità per fini umani: cantori, gladiatori, ecc., ma noi la vogliamo per amore, attingendo forza dalla Comunione. Com’è più serena la morte quando ci si presenta con la verginità! Allora si può chiedere come il M. Giaccardo poco prima di morire: Aiutatemi a dire: «Jesu, corona virginum...»3.

Verginità completa! Ma tutto dall’Eucaristia, per mezzo della Madonna. Con la Comunione noi riceviamo qualcosa della Madonna. Ella che ha formato il corpo e il cuore immacolato di Gesù, dandogli, in un certo senso, della sua immacolatezza, formerà anche noi verginali, immacolati.

Io credo che se S. Agostino avesse saputo che le sue parole sarebbero state prese per l’ufficiatura del Corpus Domini, avrebbe detto così: Dio si è fatto Eucaristia, affinché l’uomo per l’Eucaristia si facesse Dio.
Pregate perché queste cose le pratichi e le viva prima il Primo Maestro e ottenga poi che le viviate e le pratichiate tutte voi, onde S. Paolo possa guardarci compiacente e dirci: «Mio gaudio e mia corona!»4.

Opera Omnia Beato Alberione

martedì, aprile 14, 2026

Con Maria mia madre

 

L'Annunciazione

Con Maria, mia Madre

«Con Maria, mia Madre, l’anima mia magnifica
il Signore.
O mio Dio di quanti doni, solo tu sapresti contarli,
hai elargito all’anima mia, il nulla è continuamente
amato e nel pensiero del suo Dio, ma
questi doni, o mio Dio, sono in un cuore tanto
misero.
Per questo Ti prego, per la Tua grande Misericordia
accetta questa mia libertà che io Ti offro, perché
nella grande mia miseria potrei distruggere i
disegni del Tuo Amore e nel crogiolo del Tuo
Amore, o Spirito Santo, scioglimi affinché la Tua
Volontà nel mio cuore si compi, non per la mia
volontà la quale mi condurrebbe lontana dalla
Verità, ma per la sola Tua Volontà che è
d’Amore…
Solo così, o Spirito di Verità, la mia anima condotta
dalla Tua azione Divina viene guarita e può
camminare nella Verità e nella docilità alla Tua
azione sganciarsi da ogni bene inferiore per essere
unificata al Sommo Bene Trinitario…
Verginizzata, spiritualizzata, divinizzata… imitando
il “sì” di Mamma Maria Immacolata, la Vergine,
Madre Annunciata dove metto
incessantemente il mio piccolo sì perché Lei lo
renda fecondo nel suo a lode, onore, gloria alla
Santissima Trinità. Trinità Una e Trina,
Trina ed Una…». Amen

(Iolanda M. Mariani)


lunedì, marzo 30, 2026

Settimana Santa

 



IN PREPARAZIONE ALLA SETTIMANA SANTA
Beato Giacomo Alberione

[considerare] 
Questa mattina alcuni pensieri che ci servano di guida nell’assistere alle funzioni della Settimana santa:
1) vivere il mistero cristiano, il mistero della passione e della morte di Cristo e della sua risurrezione;
2) la morte nostra e la nostra 
3) la Pasqua è il centro di tutte le celebrazioni della Settimana santa. risurrezione con Gesù Cristo; 

1. Nel mistero del Natale è il Figlio di Dio incarnato che appare in mezzo a noi. Nel mistero della Settimana santa e della Pasqua lo stesso Figlio di Dio va a patire e morire per noi sulla croce, ma dopo la morte egli risorge: “Et tertia die resurget” 2. Anche noi dobbiamo morire a noi stessi per risorgere definitivamente nel giorno ultimo quando saremo chiamati dal sepolcro alla vita. La Settimana santa è una purificazione. Ci deve portare alla correzione, all’emendazione dei difetti, deve far morire in noi le brutte tendenze: l’orgoglio, l’ira, l’avarizia, l’invidia, la nostra sensualità, la curiosità. Deve far morire in noi i difetti che si commettono con i sensi esterni: lingua, udito, vista, tatto, e i difetti che si commettono interiormente, sia con la memoria, sia con la fantasia, sia con il cuore, sia con la mente. Una morte, ciò una detestazione di tutto quello che in noi non è buono, di quello che è difettoso, di quello che è peccato. Quindi la Pasqua si deve celebrare con la Confessione, con il pentimento dei peccati. In questo siamo aiutati dalle funzioni, specialmente dalle funzioni centrali del giovedì e venerdì santo.
La nostra morte in Cristo è indicata quando si celebra la vestizione allorchè si dice: “Exuat te Dominus: Ti svesta il Signore” 3. Di che cosa? Dello spirito mondano, delle inclinazioni cattive, dei tuoi difetti. In realtà, interiormente, non si fa mai la svestizione dell’abito secolare se noi realmente non distacchiamo il cuore dal mondo e dal nostro modo di vedere, dalle nostre tendenze, dai nostri difetti, dalle nostre abitudini non buone. Nostro Signore Gesù Cristo è morto. Egli ha sofferto in tutte le sue parti. Quando dice: “Chi vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce” 4, significa che noi dobbiamo seguire lui, modello, maestro di ogni santità, che dobbiamo rinnegarci in tutto, sempre. E perchè? Perché morendo, noi possiamo risorgere.
Dobbiamo ricordare che Gesù Cristo ha sofferto in ogni sua potenza. La sua passione è stata duplice: una passione interiore e una esteriore. Ci fa più impressione la passione esteriore: il sudore di sangue, la flagellazione alla colonna, l’incoronazione di spine, la condanna a morte, il suo viaggio al Calvario, la crocifissione e quindi le tre ore di agonia e la morte: “Inclinato capite, emisit Spiritum” 5. Nessun senso fu risparmiato. Soffrirono i suoi occhi alla vista di tanto male e alla vista di quelli che si erano mostrati così ingrati verso di lui; soffrì il suo udito a sentire tante bestemmie, tanti che ne chiedevano la morte: “Crucifigatur!”6. Fu abbeverato di fiele e mirra. Portò la croce e cadde sotto di essa per sfinimento; le sue mani e i suoi piedi furono trapassati da chiodi; il suo corpo solcato da flagelli; il suo capo coronato di spine. Tutta la sua persona fu martoriata: “Non est in eo sanitas” 7. Questo ci fa più impressione.
Molto più dolorosa è stata la passione interiore, ciò la sofferenza sua interna come Uomo-Dio. Più chiara ci appare nell’ora passata nell’orto del Getsemani quando sudò vivo sangue. Egli vide l’enormità, la gravità, il numero immenso dei peccati, dei delitti da Adamo fino alla fine del mondo. Quale abominazione! Ed egli era chiamato a prenderseli tutti sulle spalle e scancellarli tutti davanti alla divina Maestà. Egli, che vide in un quadro la passione e specialmente l’orribile peccato di Giuda e l’orribile deicidio. Egli, che vide nell’orto l’ingratitudine delle anime che aveva beneficato, perfino di coloro che avevano mangiato il pane suo miracoloso ed erano stati risanati da lui. Egli che veniva abbandonato dagli Apostoli dopo tante proteste di amore, rinnegato da Pietro, il suo fido, a cui aveva affidato la Chiesa e voleva costituire capo, suo primo vicario. Egli che vide il tradimento di colui cui aveva anche affidato un ufficio speciale. Egli che sentiva come la condanna veniva dal sacerdozio del Vecchio Testamento, che era proprio quello che doveva accoglierlo e mostrarlo al popolo, e sentiva l’abbandono del collegio apostolico, cioò del sacerdozio del Nuovo Testamento. Allora la sua sofferenza fu profondissima.
Ma ciò che aggiunse pene a pene fu il vedere, nella sua divina onniscienza, quante anime si sarebbero perdute, nonostante che egli desse tutto il suo sangue: “Quae utilitas in sanguine meo: Che vantaggio dal mio sangue, dai miei patimenti?”8. Tutto questo insieme oppresse il suo cuore e fu la pena più grave della Passione. Per gli altri dolori sudò acqua, ma qui sudò sangue, tanta fu l’oppressione che sentì nel suo interno, nel suo cuore, perchè: “Spiritus promptus, caro infirma”9. 



2. Ecco, la Settimana santa che ci mostra come noi dobbiamo arrivare a mortificare tutte le tendenze cattive interne: la superficialità dei pensieri, lo spirito di curiosità, le freddezze nel pregare, la sensibilità del cuore troppo assecondata; come noi dobbiamo mortificare la fantasia, i desideri e particolarmente l’amor proprio, i sentimenti d’ira e d’invidia, i sentimenti di ribellione e di orgoglio, e come dobbiamo mortificare i sensi: la vista, l’udito, il tatto, la lingua, il gusto e tutto il corpo mediante la fatica, mediante l’apostolato, mediante l’osservanza dell’orario. Morire con Gesù.
Gli Apostoli, quando sentirono che Gesù stava per salire a Gerusalemme e andava a immolarsi per loro, dissero: “Andiamo anche noi e moriamo con lui”10, ma quando si trattò di morire, scapparono. Questo è il quadro nostro. Lo ripetiamo spesso. Amiamo Gesù, vogliamo seguirlo, ma quando si tratta della mortificazione, allora non ci siamo più, abbandoniamo Gesù. E Gesù sul Calvario, volgendo l’occhio attorno non vide gli Apostoli che pure avevano protestato: “Ancorchè dovessimo andare in carcere e alla morte, staremo con te!”11.
Prima parte del mistero cristiano: la morte nostra in Cristo, perchè mediante il sangue di Gesù Cristo tutti i nostri peccati possano essere cancellati e, mediante la sua grazia, vincere i difetti, correggerci. Se la Settimana santa non portasse questo, noi non capiremmo niente della Pasqua. Questa è la condizione: morire per risorgere. E che cosa vuol dire risorgere? Gesù Cristo morì e fu sepolto, ma il terzo giorno uscì dal sepolcro vivo, glorioso, ornato delle doti del corpo risuscitato. Egli che tanto aveva sofferto in tutte le parti, nell’interno e nell’esterno, è inondato di gioia, di felicità nel suo spirito, e tutte le sue piaghe divengono splendenti come sole. Ora, salito al cielo, si trova alla destra del Padre, eternamente. Una vita tutta nuova per Gesù una vita gloriosa, prima su questa terra mostrandosi frequentemente ai suoi discepoli, poi sedendo alla destra del Padre eternamente in possesso del suo beato regno.
Una vita nuova anche per noi. Si muore all’orgoglio per vivere nell’umiltà di Gesù: “Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore”12. Si muore al nostro spirito di curiosità per dominare i nostri pensieri e santificarli tutti, allontanando le curiosità, le notizie strane, non convenienti per noi. Si muore a quei sentimenti cattivi di ira, di attaccamenti, ecc., per vivere di amore di Dio. Vita nuova che vuol dire: una vita di fede con la nostra mente; una vita di speranza rivolta al cielo, fidandoci delle grazie di Dio; una vita di carità verso il Signore e verso il prossimo, una vita di apostolato. Una vita nuova, esemplare, una vita osservante, regolare nel giorno, dal mattino alla sera.
Una vita veramente religiosa la quale si mostra nell’obbedienza, nella delicatezza di coscienza, nel fervore di spirito, nello spirito di povertà, nell’amore e nell’adattamento a quello che è comune. 
Una vita nuova: dopo la Pasqua, risorti in Cristo. Prima [uno] era così, adesso non è più così. Cioè prima aveva questo e quel difetto, cadeva in questo e quel peccato, ora non più, pratica la virtù opposta. Da orgoglioso è diventato umile; da iracondo è diventato mite; da avaro ha abbracciato il voto di povertà e lo osserva; da pigro è diventato fervoroso, generoso con il Signore; da sensuale è diventato spirituale; da goloso, da permaloso, da invidioso, è diventato tutt’altra persona e cioè una persona che segue Gesù Cristo e vive una vita nuova. Ecco, il mistero cristiano! Tutta la vita è così: correzione, cioè morte e risurrezione. Ecco, la vita cristiana! Questi sono i due pensieri o l’unico pensiero, quello del mistero cristiano da viversi nella Settimana santa.
Ma ciò non è tutto, occorre vivere il mistero cristiano ogni giorno. Pasque annuali? No, Pasque quotidiane! E cioè tutte le mattine l’esercizio che chiamiamo di pietà: le pratiche del mattino. Primo, la morte: facciamo l’esame preventivo e ricordiamo i difetti del giorno innanzi per condannarli, per domandare perdono al Signore, per promettere di evitarli, per farli morire con il nostro pentimento e con il proposito fermo di non ricadere. E poi la meditazione che ci porta a confermare la volontà nei buoni propositi, che ci porta ad evitare quei certi difetti e praticare quella certa virtù che abbiamo proposto. L’esercizio del mattino si compone prima di una morte e poi di una risurrezione. Morte a noi: ogni giorno [sia una] settimana santa in breve e, dopo questo, la Messa e la Comunione per vivere in Cristo una vita nuova: “Vivit vero in me Christus”13, per vivere una vita risorta. Ieri ero così, oggi non più; ieri ero imperfetto, oggi sarò più fervoroso, più attento, mi correggerò in qualche cosa, progredirò un tantino oggi. Ecco, la risurrezione in Cristo! 



3. Perciò la Settimana santa, ossia il mistero cristiano, si celebra solennemente soltanto ogni anno, ma in un certo modo questo mistero per viverlo, occorre sia celebrato ogni giorno. Pasqua quotidiana: mediante la morte in Cristo con meditazione, esame di coscienza e pentimento; e la risurrezione in Cristo con Messa ben ascoltata e Comunione che stabilisce la vita di Gesù Cristo in noi. Intendiamo bene qual è il mistero cristiano. La religiosa specialmente deve viverlo.
Molte volte le pratiche di pietà non si sa che senso e che finalità abbiano: devono sempre celebrare il mistero cristiano, cioè morire meglio in Cristo per risorgere in Cristo. Questo certo è avvenuto nel Battesimo, in una certa misura, e nel modo in cui era possibile allora: tolto il peccato originale e stabilita la vita cristiana in noi, vita di fede, di speranza, di carità. Ma deve ripetersi ogni giorno: sempre morire in Cristo, cioè pentirci, detestare tutto quello che non è conforme a Gesù Cristo e sempre abbracciare quello che piace a Gesù Cristo, cioè la vita nuova, la vita risorta.
Ora le domande: vogliamo passare bene la santa Pasqua? Vogliamo vivere il mistero cristiano? E vogliamo ogni giorno, in breve, ripetere la Pasqua al mattino con l’esercizio che è il più importante e che occorre santificare con fervore? Se uno dormicchia di spirito o di corpo al mattino, non comincia bene, poichè già è schiavo di se stesso. Non muore a se stesso chi è tiepido, chi è svogliato, chi è freddo; non muore a se stesso chi non ha il pentimento profondo delle sue colpe, il desiderio di emendazione, la detestazione sincera e l’impegno di correzione. E allora come risorgerà? Risorge chi è morto, non chi è vivo. E per risorgere14 vi è il dolore dei peccati. Si risorgerà allora in Gesù Cristo, con vita nuova. Sempre migliorare ogni giorno. Questo è il fine dell’esercizio del mattino il quale è decisivo per la giornata. Ci si può aspettare una giornata piena di meriti, di letizia e di raccoglimento, se la mattinata incomincia bene nel Signore.
Coraggio dunque, e nello stesso tempo preghiera, perchè possiamo almeno noi capire il mistero cristiano, e capire il catechismo, il Vangelo, capire la redenzione operata da Gesù Cristo, [redenzione] che noi dobbiamo vivere. Così ci assicuriamo la risurrezione gloriosa alla fine, quando cioè dal sepolcro saremo richiamati alla vita e risorgeremo anche con il corpo glorioso, dopo che l’anima sarà adornata di felicità in cielo; con il corpo glorioso, perchè l’anima e il corpo, redenti entrambi da Gesù Cristo, per le pene esterne e per le pene interne abbiano il premio eterno in cielo con Cristo glorioso, con Maria gloriosa in paradiso.