lunedì, marzo 30, 2026

Settimana Santa

 



IN PREPARAZIONE ALLA SETTIMANA SANTA
Beato Giacomo Alberione

[considerare] 
Questa mattina alcuni pensieri che ci servano di guida nell’assistere alle funzioni della Settimana santa:
1) vivere il mistero cristiano, il mistero della passione e della morte di Cristo e della sua risurrezione;
2) la morte nostra e la nostra 
3) la Pasqua è il centro di tutte le celebrazioni della Settimana santa. risurrezione con Gesù Cristo; 

1. Nel mistero del Natale è il Figlio di Dio incarnato che appare in mezzo a noi. Nel mistero della Settimana santa e della Pasqua lo stesso Figlio di Dio va a patire e morire per noi sulla croce, ma dopo la morte egli risorge: “Et tertia die resurget” 2. Anche noi dobbiamo morire a noi stessi per risorgere definitivamente nel giorno ultimo quando saremo chiamati dal sepolcro alla vita. La Settimana santa è una purificazione. Ci deve portare alla correzione, all’emendazione dei difetti, deve far morire in noi le brutte tendenze: l’orgoglio, l’ira, l’avarizia, l’invidia, la nostra sensualità, la curiosità. Deve far morire in noi i difetti che si commettono con i sensi esterni: lingua, udito, vista, tatto, e i difetti che si commettono interiormente, sia con la memoria, sia con la fantasia, sia con il cuore, sia con la mente. Una morte, ciò una detestazione di tutto quello che in noi non è buono, di quello che è difettoso, di quello che è peccato. Quindi la Pasqua si deve celebrare con la Confessione, con il pentimento dei peccati. In questo siamo aiutati dalle funzioni, specialmente dalle funzioni centrali del giovedì e venerdì santo.
La nostra morte in Cristo è indicata quando si celebra la vestizione allorchè si dice: “Exuat te Dominus: Ti svesta il Signore” 3. Di che cosa? Dello spirito mondano, delle inclinazioni cattive, dei tuoi difetti. In realtà, interiormente, non si fa mai la svestizione dell’abito secolare se noi realmente non distacchiamo il cuore dal mondo e dal nostro modo di vedere, dalle nostre tendenze, dai nostri difetti, dalle nostre abitudini non buone. Nostro Signore Gesù Cristo è morto. Egli ha sofferto in tutte le sue parti. Quando dice: “Chi vuol venire dietro di me rinneghi se stesso, prenda la sua croce” 4, significa che noi dobbiamo seguire lui, modello, maestro di ogni santità, che dobbiamo rinnegarci in tutto, sempre. E perchè? Perché morendo, noi possiamo risorgere.
Dobbiamo ricordare che Gesù Cristo ha sofferto in ogni sua potenza. La sua passione è stata duplice: una passione interiore e una esteriore. Ci fa più impressione la passione esteriore: il sudore di sangue, la flagellazione alla colonna, l’incoronazione di spine, la condanna a morte, il suo viaggio al Calvario, la crocifissione e quindi le tre ore di agonia e la morte: “Inclinato capite, emisit Spiritum” 5. Nessun senso fu risparmiato. Soffrirono i suoi occhi alla vista di tanto male e alla vista di quelli che si erano mostrati così ingrati verso di lui; soffrì il suo udito a sentire tante bestemmie, tanti che ne chiedevano la morte: “Crucifigatur!”6. Fu abbeverato di fiele e mirra. Portò la croce e cadde sotto di essa per sfinimento; le sue mani e i suoi piedi furono trapassati da chiodi; il suo corpo solcato da flagelli; il suo capo coronato di spine. Tutta la sua persona fu martoriata: “Non est in eo sanitas” 7. Questo ci fa più impressione.
Molto più dolorosa è stata la passione interiore, ciò la sofferenza sua interna come Uomo-Dio. Più chiara ci appare nell’ora passata nell’orto del Getsemani quando sudò vivo sangue. Egli vide l’enormità, la gravità, il numero immenso dei peccati, dei delitti da Adamo fino alla fine del mondo. Quale abominazione! Ed egli era chiamato a prenderseli tutti sulle spalle e scancellarli tutti davanti alla divina Maestà. Egli, che vide in un quadro la passione e specialmente l’orribile peccato di Giuda e l’orribile deicidio. Egli, che vide nell’orto l’ingratitudine delle anime che aveva beneficato, perfino di coloro che avevano mangiato il pane suo miracoloso ed erano stati risanati da lui. Egli che veniva abbandonato dagli Apostoli dopo tante proteste di amore, rinnegato da Pietro, il suo fido, a cui aveva affidato la Chiesa e voleva costituire capo, suo primo vicario. Egli che vide il tradimento di colui cui aveva anche affidato un ufficio speciale. Egli che sentiva come la condanna veniva dal sacerdozio del Vecchio Testamento, che era proprio quello che doveva accoglierlo e mostrarlo al popolo, e sentiva l’abbandono del collegio apostolico, cioò del sacerdozio del Nuovo Testamento. Allora la sua sofferenza fu profondissima.
Ma ciò che aggiunse pene a pene fu il vedere, nella sua divina onniscienza, quante anime si sarebbero perdute, nonostante che egli desse tutto il suo sangue: “Quae utilitas in sanguine meo: Che vantaggio dal mio sangue, dai miei patimenti?”8. Tutto questo insieme oppresse il suo cuore e fu la pena più grave della Passione. Per gli altri dolori sudò acqua, ma qui sudò sangue, tanta fu l’oppressione che sentì nel suo interno, nel suo cuore, perchè: “Spiritus promptus, caro infirma”9



2. Ecco, la Settimana santa che ci mostra come noi dobbiamo arrivare a mortificare tutte le tendenze cattive interne: la superficialità dei pensieri, lo spirito di curiosità, le freddezze nel pregare, la sensibilità del cuore troppo assecondata; come noi dobbiamo mortificare la fantasia, i desideri e particolarmente l’amor proprio, i sentimenti d’ira e d’invidia, i sentimenti di ribellione e di orgoglio, e come dobbiamo mortificare i sensi: la vista, l’udito, il tatto, la lingua, il gusto e tutto il corpo mediante la fatica, mediante l’apostolato, mediante l’osservanza dell’orario. Morire con Gesù.
Gli Apostoli, quando sentirono che Gesù stava per salire a Gerusalemme e andava a immolarsi per loro, dissero: “Andiamo anche noi e moriamo con lui”10, ma quando si trattò di morire, scapparono. Questo è il quadro nostro. Lo ripetiamo spesso. Amiamo Gesù, vogliamo seguirlo, ma quando si tratta della mortificazione, allora non ci siamo più, abbandoniamo Gesù. E Gesù sul Calvario, volgendo l’occhio attorno non vide gli Apostoli che pure avevano protestato: “Ancorchè dovessimo andare in carcere e alla morte, staremo con te!”11.
Prima parte del mistero cristiano: la morte nostra in Cristo, perchè mediante il sangue di Gesù Cristo tutti i nostri peccati possano essere cancellati e, mediante la sua grazia, vincere i difetti, correggerci. Se la Settimana santa non portasse questo, noi non capiremmo niente della Pasqua. Questa è la condizione: morire per risorgere. E che cosa vuol dire risorgere? Gesù Cristo morì e fu sepolto, ma il terzo giorno uscì dal sepolcro vivo, glorioso, ornato delle doti del corpo risuscitato. Egli che tanto aveva sofferto in tutte le parti, nell’interno e nell’esterno, è inondato di gioia, di felicità nel suo spirito, e tutte le sue piaghe divengono splendenti come sole. Ora, salito al cielo, si trova alla destra del Padre, eternamente. Una vita tutta nuova per Gesù una vita gloriosa, prima su questa terra mostrandosi frequentemente ai suoi discepoli, poi sedendo alla destra del Padre eternamente in possesso del suo beato regno.
Una vita nuova anche per noi. Si muore all’orgoglio per vivere nell’umiltà di Gesù: “Imparate da me che sono mansueto ed umile di cuore”12. Si muore al nostro spirito di curiosità per dominare i nostri pensieri e santificarli tutti, allontanando le curiosità, le notizie strane, non convenienti per noi. Si muore a quei sentimenti cattivi di ira, di attaccamenti, ecc., per vivere di amore di Dio. Vita nuova che vuol dire: una vita di fede con la nostra mente; una vita di speranza rivolta al cielo, fidandoci delle grazie di Dio; una vita di carità verso il Signore e verso il prossimo, una vita di apostolato. Una vita nuova, esemplare, una vita osservante, regolare nel giorno, dal mattino alla sera.
Una vita veramente religiosa la quale si mostra nell’obbedienza, nella delicatezza di coscienza, nel fervore di spirito, nello spirito di povertà, nell’amore e nell’adattamento a quello che è comune. 
Una vita nuova: dopo la Pasqua, risorti in Cristo. Prima [uno] era così, adesso non è più così. Cioè prima aveva questo e quel difetto, cadeva in questo e quel peccato, ora non più, pratica la virtù opposta. Da orgoglioso è diventato umile; da iracondo è diventato mite; da avaro ha abbracciato il voto di povertà e lo osserva; da pigro è diventato fervoroso, generoso con il Signore; da sensuale è diventato spirituale; da goloso, da permaloso, da invidioso, è diventato tutt’altra persona e cioè una persona che segue Gesù Cristo e vive una vita nuova. Ecco, il mistero cristiano! Tutta la vita è così: correzione, cioè morte e risurrezione. Ecco, la vita cristiana! Questi sono i due pensieri o l’unico pensiero, quello del mistero cristiano da viversi nella Settimana santa.
Ma ciò non è tutto, occorre vivere il mistero cristiano ogni giorno. Pasque annuali? No, Pasque quotidiane! E cioè tutte le mattine l’esercizio che chiamiamo di pietà: le pratiche del mattino. Primo, la morte: facciamo l’esame preventivo e ricordiamo i difetti del giorno innanzi per condannarli, per domandare perdono al Signore, per promettere di evitarli, per farli morire con il nostro pentimento e con il proposito fermo di non ricadere. E poi la meditazione che ci porta a confermare la volontà nei buoni propositi, che ci porta ad evitare quei certi difetti e praticare quella certa virtù che abbiamo proposto. L’esercizio del mattino si compone prima di una morte e poi di una risurrezione. Morte a noi: ogni giorno [sia una] settimana santa in breve e, dopo questo, la Messa e la Comunione per vivere in Cristo una vita nuova: “Vivit vero in me Christus”13, per vivere una vita risorta. Ieri ero così, oggi non più; ieri ero imperfetto, oggi sarò più fervoroso, più attento, mi correggerò in qualche cosa, progredirò un tantino oggi. Ecco, la risurrezione in Cristo! 



3. Perciò la Settimana santa, ossia il mistero cristiano, si celebra solennemente soltanto ogni anno, ma in un certo modo questo mistero per viverlo, occorre sia celebrato ogni giorno. Pasqua quotidiana: mediante la morte in Cristo con meditazione, esame di coscienza e pentimento; e la risurrezione in Cristo con Messa ben ascoltata e Comunione che stabilisce la vita di Gesù Cristo in noi. Intendiamo bene qual è il mistero cristiano. La religiosa specialmente deve viverlo.
Molte volte le pratiche di pietà non si sa che senso e che finalità abbiano: devono sempre celebrare il mistero cristiano, cioè morire meglio in Cristo per risorgere in Cristo. Questo certo è avvenuto nel Battesimo, in una certa misura, e nel modo in cui era possibile allora: tolto il peccato originale e stabilita la vita cristiana in noi, vita di fede, di speranza, di carità. Ma deve ripetersi ogni giorno: sempre morire in Cristo, cioè pentirci, detestare tutto quello che non è conforme a Gesù Cristo e sempre abbracciare quello che piace a Gesù Cristo, cioè la vita nuova, la vita risorta.
Ora le domande: vogliamo passare bene la santa Pasqua? Vogliamo vivere il mistero cristiano? E vogliamo ogni giorno, in breve, ripetere la Pasqua al mattino con l’esercizio che è il più importante e che occorre santificare con fervore? Se uno dormicchia di spirito o di corpo al mattino, non comincia bene, poichè già è schiavo di se stesso. Non muore a se stesso chi è tiepido, chi è svogliato, chi è freddo; non muore a se stesso chi non ha il pentimento profondo delle sue colpe, il desiderio di emendazione, la detestazione sincera e l’impegno di correzione. E allora come risorgerà? Risorge chi è morto, non chi è vivo. E per risorgere14 vi è il dolore dei peccati. Si risorgerà allora in Gesù Cristo, con vita nuova. Sempre migliorare ogni giorno. Questo è il fine dell’esercizio del mattino il quale è decisivo per la giornata. Ci si può aspettare una giornata piena di meriti, di letizia e di raccoglimento, se la mattinata incomincia bene nel Signore.
Coraggio dunque, e nello stesso tempo preghiera, perchè possiamo almeno noi capire il mistero cristiano, e capire il catechismo, il Vangelo, capire la redenzione operata da Gesù Cristo, [redenzione] che noi dobbiamo vivere. Così ci assicuriamo la risurrezione gloriosa alla fine, quando cioè dal sepolcro saremo richiamati alla vita e risorgeremo anche con il corpo glorioso, dopo che l’anima sarà adornata di felicità in cielo; con il corpo glorioso, perchè l’anima e il corpo, redenti entrambi da Gesù Cristo, per le pene esterne e per le pene interne abbiano il premio eterno in cielo con Cristo glorioso, con Maria gloriosa in paradiso.


sabato, marzo 07, 2026

La Donna



La donna associata allo zelo sacerdotale
Beato Alberione

La fortezza è la virtù morale e soprannaturale che rende l’animo generoso
e intrepido nel lavoro per il cielo, 
nonostante le difficoltà, le paure e, forse la stessa morte.
Il cuore forte sa intraprendere e sopportare.
Beato Alberione.


"Il Signore t'ha benedetta nella sua potenza,

per mezzo di te ha annientato i nostri nemici" (Giud.13,22)


Se questa è la missione della donna, ne segue che il sacerdote e la donna s’incontrano nella stessa vocazione, che essi devono lavorare lo stesso campo. Ma disordinatamente, a capriccio? senza chi regoli e diriga il lavoro? No: l’esercito delle donne deve avere il suo capitano nel sacerdote. Il sacerdote è da Dio stabilito a salvare le anime: e dovrà renderne conto a lui insieme con la donna. Tocca però al sacerdote guidare il suo esercito alla vittoria: a lui studiare pazientemente il piano: a lui frenare le audaci ed incuorare le timide: a lui il richiamare le disertrici e lo riordinare le sbandate: a lui condurre tutte a battaglia. Egli, il capitano; le donne, i soldati: se il capitano dispone la battaglia, sono però i soldati che la vincono.

Oggi è universalmente riconosciuto il valore di questo principio nella cura d’anime: al sacerdote e più specialmente al parroco spetta il dovere di valersi di tutti per ottenere il fine suo: salvare le anime. Egli non può mettere in disparte alcuno dei mezzi ed alcuno dei cooperatori: canto, circolo di cultura, conferenze, avvisi, delicate industrie ecc.: curati, beneficiati, membri delle associazioni cattoliche, compagnie religiose ecc.: e tra tutti questi mezzi di salvezza e tra questi cooperatori uno ve ne ha importantissimo, abilissimo, efficacissimo: la donna. Dunque l’utilizzi, dunque la diriga, dunque se ne valga in ogni occasione: beninteso con prudenza, come si vedrà in seguito.

L’uomo nell’ordine fisico è incompleto senza la donna: poiché se egli ha la forza gli manca la grazia posseduta dalla donna: se egli ha l’intelligenza la donna ha il cuore: uniti questi due esseri si completano e dànno origine ad altri uomini.

Qualcosa di simile è della missione sacerdotale e della missione della donna: il sacerdote ammaestra, comunica i carismi della grazia, santifica dal tempio: ma la donna prolunga questa sua divina influenza sino fra le mura domestiche, la donna porta al sacerdote l’uomo. Il sacerdote senza la donna perderebbe tre quarti della sua influenza nella società, la donna senza di lui la perderebbe tutta. Come tra Dio e l’uomo sta il sacerdote, così tra il sacerdote e l’uomo sta la donna, anello di congiunzione.

Ed ecco il vincolo strettissimo che unisce il sacerdote e la donna: la comune vocazione; ed ecco nel sacerdote l’obbligo di un oculato e prudente indirizzo alla donna nella scelta dei mezzi: ed ecco nella donna il dovere di un’umile docilità ai consigli del sacerdote.

Che se ancora un dubbio ci sorgesse in mente, guardiamo alla storia: a fianco ai grandi benefattori dell’umanità e ai grandi santi del cristianesimo troverete sempre una dolce figura di donna e di santa, che quasi ne completa l’opera. A fianco di san Benedetto, il grande patriarca del monachismo occidentale, vedete santa Scolastica sua sorella; a fianco di san Francesco d’Assisi, il santo così universalmente amato,è santa Chiara, sua concittadina; a fianco dei Padri Domenicani sono le Domenicane; a fianco di san Francesco di Sales è santa Giovanna Francesca di Chantal; san Vincenzo de’ Paoli ha fatto per la Chiesa e per le anime assai più coll’istituire le Suore della Carità che col fondare la famiglia dei Religiosi della Missione. Il venerabile Cottolengo fu assai coadiuvato da Marianna Masi e il venerabile don Bosco dalla propria madre, Margherita Bosco.

Questo è l’ordine provvidenziale del mondo: né tocca a noi mutarlo: opponendoci renderemmo sterile il nostro nobile ministero: coll’adattarvisi opereremo con minor fatica un bene centuplicato. È necessaria un’avvertenza, a scanso di fraintesi.

Da quanto ho detto e sto per dire, alcuno potrebbe forse credere che io voglia asserire la donna non dovere occuparsi d’altro che cooperare al sacerdote: o almeno che quando non fa questo, non risponda alla missione sua. Non è precisamente in questo senso che intendo parlare. La donna ha da prestar un aiuto materiale all’uomo: e nel far questo ognuno vede quale immenso campo è preparato alla sua attività: ma io di questo non intendo occuparmene precisamente, esorbitando dal mio scopo. La donna ha da prestare aiuto morale-religioso all’uomo: e questo può avvenire in due modi: o direttamente, dirò così, nell’opera e nell’indirizzo datole dal sacerdote: o indirettamente, entrando soltanto nello spirito della missione sacerdotale, che è pure parte della missione femminile. Anche questo è assai apprezzabile: ma è specialmente del primo che qui intendo trattare; giacché dell’altro sono già in gran numero i libri che ne parlano, alcuni anzi egregiamente.


LA POTENZA DELLA DONNA 


La forza della donna non sta nella sua intelligenza, ma nel suo cuore: vorrei dire con un autore moderno: «nella sua debolezza, nel suo spirito, nella sua bellezza, posta a servizio del suo cuore». Nell'uomo il cuore è metà del suo essere, nella donna è tutto: «Più superficiale nel resto, scrisse De Bonald, la donna è più profonda nell'amore». «L'amore non ha che episodi nella vita dell'uomo, mentre nella donna è la storia della vita intera»: così scrisse la Staél, forse con qualche esagerazione. Ma è certo che nella donna predomina il cuore e ne è prova la sua tenerezza, la sua soavità, il suo spirito di sacrificio, la sua delicatezza, tutta la sua intuizione. Osservate l'affetto di una figlia verso il padre o la madre; l'affetto d'una sposa per lo sposo ancorchè duro e incurante; l'affetto di una sorella per i fratelli ancorchè sprezzanti; l'affetto di una madre per i figli ancorchè ingrati: sono prove del grande cuore della donna. «Alla donna, più che all'uomo - dice il S. Padre Pio XII - Dio ha concesso il dono, col senso della grazia e della piacevolezza, di rendere leggiadre e gradite le cose più semplici, precisamente perchè essa, formata simile all'uomo come aiuto per costituire con lui la famiglia, è nata fatta per diffondere la gentilezza e la dolcezza intorno al focolare di suo marito e far si che la vita a due vi si componga, e si affermi feconda e fiorisca col suo svolgimento reale».

Come alla forza si resiste con la forza, e trionfa il più forte; come dinanzi all'intelligenza si usa il raziocinio e vince chi ha argomenti migliori e logica più stringente; così fra due cuori il trionfo è sempre del più grande: e tra l'uomo e la donna la prevalenza del cuore non si discute. La donna non calcola il proprio ideale, ma l'intuisce e, fattolo suo, l'ama con tutto il suo essere e, vi tende con tutte le sue forze, lo sostiene appassionatamente di fronte all'uomo. Lo sostiene con la debolezza. Cosa meravigliosa: quanto più un essere è debole, tanto più forte sarà la sua preghiera. Se il povero è più povero, ha maggior efficacia presso il ricco; se il bambino è più piccolo, più facilmente disarma anche il mostro di crudeltà. E questa è la forza della donna: essa è regina finchè chiede umilmente; quando volesse comandare o ragionare, allora il suo impero si sfascia. E l'umile supplica, la donna non l'adopera solo di fronte all'uomo per convalidare i suoi desideri, ma specialmente di fronte a Dio. Ella prega per l'uomo: prega con la confidenza del bimbo, con l'umiltà del povero; con la costanza, spesso, del martire. Prega, e Dio l'esaudisce, perchè chi non sa che la preghiera è onnipotente presso il cuore di Dio? Chi non sa che Dio dà tutto a chi lo prega bene? Ed ecco la donna che, per la sua debolezza, diventa forte della fortezza di Dio; ed ecco che la donna vince perchè ha con sè Dio. La donna sostiene il suo impero con la bellezza: bellezza che cresce nella virtù, nella modestia, nel pudore. È vero ciò che sta scritto nell'Ecclesiastico: «Per causa dellabellezza della donna molti sono caduti nella perdizione e da essa viene accesa come fuoco la concupiscenza» (Siracide 9,9); ma d'altra parte è pur vero che la bellezza, unita alla virtù, muove il cuore dell'uomo, l'inclina verso di lei e diventa un mezzo potentissimo per innalzarlo verso il Signore. La donna sostiene l'uomo col suo spirito: l'uomo considera le cose, astrae, generalizza; la donna tutto analizza e vivifica. La donna sente Dio, la virtù, quanto vi ha di bello e di buono: e nel sentire ama, e nell'amare persuade, e persuadendo comunica un'unzione tutta particolare del suo cuore. L'uomo ne resta dominato, direi, spesso incantato.

La donna sostiene l'uomo col sacrificio: ma sacrificio che si compie in mille cose minute, che l'uomo sovente non cura o addirittura disprezza.

La donna per compiere la sua sublime missione ha a suo servizio amorose sollecitudini, esortazioni dolci e forti, rimproveri pieni di tenerezza soave, preghiere condite di lacrime cocenti, sguardi che sono una rivelazione, una ispirazione, una intuizione, una suggestione; così ella previene cadute, rialza chi è inciampato, sprona al bene, eleva opportunamente.

Osservate a quante cose arriva una donna, come nulla le sfugge, come tutto prevede, aggiusta, ripara, dispone. Questo è un fatto verissimo ma troppo frequente per cui non è sufficientemente stimato. E’ difficile capire le tenerezze d'una sorella, i riguardi assidui e delicati di una sposa, le sollecitudini continue ed amorose d'una madre. Ella non risparmia fatiche, veglie, privazioni, sangue, vita; e, soffrendo, gode di soffrire; morendo, gode di consumarsi, pur di ottenere quanto vuole per l'essere che ama. E l'uomo rimane vinto, cade ai suoi piedi, si arrende e dice praticamente: chiedi quanto vuoi; chi può resistere alle tue richieste?

La posizione della donna

In secondo luogo la donna è potente per la sua missione domestica e sociale. Questa è per lei come il miglior punto strategico per un capitano. La donna è nella famiglia più che non l'uomo; come figlia, sposa, madre. Ora quanto non può una figlia sull'animo dei genitori e su quello dei fratelli? Vi sono intere famiglie allevate cristianamente da una sorella maggiore. Tanti fatti storici confermano la cosa, tanto da farla diventare ordinaria ! Quante volte una buona figliuola non ha ritenuto da eccessi genitori e fratelli? Quante volte una buona figliuola non ha istruito i suoi cari, piccoli e grandi, nelle verità religiose in modo così naturale e delicato, da passare inavvertita ma da essere efficace? Quante volte non ha attirato i parenti alla Chiesa, alla parola di Dio, ai SS. Sacramenti? Quante volte una buona figliuola di soda pietà non ha sparso il profumo del proprio spirito tra le mura domestiche? non ha indotto soavemente al parlare castigato, al vicendevole compatimento, all'amore reciproco, all'adempimento del dovere? Si domandò un giorno ad una nobile donzella, sorella di un avvocato di grido, scapolo, come mai ella avesse rifiutato la mano di tanti giovani buoni, ricchi, onorati. La donna alzò gli occhi al cielo, poi li abbassò, e mentre il volto si copriva di un lieve rossore, mormorò: «Ahi l'anima di mio fratello!... ». Era la vittima che aveva sacrificato tutto per restare al fianco del fratello, per salvarlo. Ed aveva già ottenuto tanto! La sposa poi, alla forza dell'affetto, aggiunge la libertà che le proviene dall'essere la compagna del suo sposo, e perciò può ancora di più. Quante volte è solo per lei che si è compito il matrimonio religioso, che in casa si prega, che il marito si porta alla Messa ed ai Sacramenti. « Mio marito fa quello che gli dico io - confidava una sposa. – E’ ora di andare alla Messa, gli dico.

Ed egli cede e mi accompagna ». Ed anche là dove più non giunge la voce del Sacerdote, anche a quell'uomo il quale non pensa che al lavoro e al guadagno, anche a quel disonesto, il quale non sogna che piaceri e passioni, anche a quell'infelice travagliato dalla febbre degli onori o dalla sete di vendetta, anche a costoro può sempre o quasi sempre giungere la voce d'un angelo: voce dolce, suadente, ascoltata d'una sposa. Quante volte si rinnova lo spettacolo di S. Cecilia che conduce il marito al Sacerdote di Dio! Quante volte si ripete il fatto di Emilio Littrè ! Filosofo positivista, storico evoluzionista, senatore a vita, massone zelante, ricevette negli ultimi giorni della vita il S.Battesimo. Il merito della conversione? la sposa e la figlia: l'ottennero col sacrificio, con la preghiera, coi servizi più assidui, con le parole più dolci, con la medaglia della Vergine: argomenti più forti sul cuore che non la logica alla mente! Oh quanti consorti dovranno rendere giustizia nell'eternità alla loro benefattrice e dire: Sono salvo per la mia sposa.Ma la donna tocca l'apice della sua potenza quando è elevata alla dignità di madre; forza d'amore, libertà di parole, autorità divina sui figli si congiungono allora in lei. E chi forma l'anima dei figli è appunto la madre: il padre fa eseguire, ma la madre crea la coscienza dell'azione; il padre traccia come lo scheletro di educazione, ma la madre lo completa, lo vivifica; il padre agisce sul figlio presente, la madre anche sul figlio lontano dalla casa e dal suo sguardo, sul figlio superstite.Montaigne e Smiles concordemente affermano: « La casa dipende siffattamente dalla donna da potersi e doversi asserire che la felicità o l'infelicità della casa medesima sono opera sua ».E il De Maistre: « Sulle ginocchia della madre si forma ciò che il mondo ha di più grande: l'uomo ». Questa verità è di evidenza così chiara e di esperienza così ordinaria da non aver bisogno di dimostrazione. Il fatto di Coriolano che cede innanzi alla madre, se è vero, non è che uno degli infiniti episodi d'ogni giorno. Quante volte si può ripetere ciò che disse S. Ambrogio a S. Monica: « E’ impossibile che si perda il figlio di tante lacrime ! » Rimarrebbe ora a vedere quanto possa la donna per la sua posizione sociale, e questo si vedrà più chiaramente nella seconda parte.

LA VOCAZIONE DELLA DONNA

Il Bougaud, dopo aver considerato la potenza della donna, esclama: « Initium et finis mulier »: in ogni cosa grande vi trovate come principio e fine la donna. E Tacito: « Inesse in eis quid divinum»: la donna ha in sè una orma della potenza di Dio. Ma perchè questo Dio,che fa bene ogni cosa, che tutto rettamente dispone in peso e misura, secondo i suoi altissimi fini, perchè questo Dio è stato così munifico verso la donna? La risposta è esplicita e logica: perchè l'aveva destinata a una nobilissima vocazione; i doni largiti alla donna sono i mezzi necessari alla sua missione. Rifacciamoci all'origine del mondo. Quando Dio ebbe creato l'uomo, dice la S. Scrittura, Egli guardò a lui e, tocco il cuore di compassione alla vista della sua solitudine, pronunciò quella parola: «Non è bene che l'uomo sia solo: facciamogli una compagna simile a lui che gli serva di aiuto»(Genesi 2:18)E creò la donna per aiuto dell'uomo. Ma per aiutarlo in che cosa? Nei suoi lavori, nelle sue angosce? Si: è acerbo il dolore quando si soffre da soli! Per condividere le gioie, e sogni di felicità? Sì, perchè si gode assai poco, quando si gode soli! E siccome l'uomo non è creato per la terra ma per il cielo, siccome Dio collocò in lui speranze celesti, aspirazioni e slanci sublimi, siccome il mondo è l'esilio, mentre il cielo è la patria: sorreggere l'uomo in questo cammino, condurlo amorosamente all'eternità beata, procedervi sostenendosi a vicenda, costituisce l'altissima missione della donna, adjutorium simile sibi. «Son due - dice il S. Padre Pio XII - l'uomo e la donna, che camminano a paro e si dànno la mano e si legano col vincolo di un anello; nodo amoroso che anche il paganesimo non dubitò di chiamare "vinculum iugale". Che è mai dunque la donna se non l'aiuto dell'uomo, colei a cui Dio concesse il sacro dono di far nascere l'uomo al mondo? » L'uomo, curvo sulla terra che doveva lavorare, avrebbe forse perduto facilmente di vista il cielo: Dio gli diede un angelo, un apostolo, un amico intimo, persuasivo, amabile onde gli conservasse la luce e l'attrattiva verso la meta.

Si procede bene, la mano nella mano! Gen,2,18 E’ però tristemente vero che Eva si valse di questo dolce ascendente su Adamo per trascinarlo seco nella colpa. Ma Dio, punendolo, non mutò la missione della donna: l'uomo caduto abbisognava ancora di più dell'aiuto di lei. Se la donna, sotto il dominio brutale del paganesimo, per diffidenza dell'uomo, cadde schiava, oppressa o almeno fu allontanata dall'uomo, Dio pensò a rilevarla da tale stato: se no, essa non avrebbe più potuto esercitare la sua missione. Maria fu l'alto tipo della donna cristiana: Essa compì il suo ufficio di sollevare l'uomo, di distaccarlo dalla terra, di condurlo al cielo. La donna riabilitata da Gesù Cristo, venne con paziente ed assiduo lavoro rimessa al suo posto primitivo. Dopo diciannove secoli, la donna cristiana gode di nuovo quel santo ed universale rispetto, quel tenero e religioso amore, quegli onori e quei riguardi di delicatezza che rendono possibile l'esercizio della sua missione. Quel certo spirito di cavalleria, che nonostante le naturali esagerazioni, dominò tanto nel Medio Evo e forma ancor oggi come l'incanto e il profumo della società civile, è tutto uno spirito ed un frutto delle dottrine cristiane sulla donna.

In essa troviamo di nuovo quel profumo di purezza, quell'aureola di modestia, quella bellezza grave, quell'amabile libertà, quella virtù generosa e quel desiderio intenso di attrarre il cuore dell'uomo per innalzarlo al cielo e condurvelo seco. Quanti uomini, specialmente nel turbinio presente della vita, dimenticherebbero forse Dio, l'anima, l'eternità, se non avessero una sorella, una sposa, una madre, una flglia... L'uomo meglio fornito di doni e di studi, tra gli affari e le occupazioni del presente, facilmente dimentica l'idea del futuro: il visibile lo soffoca, il suo volto si abbassa. E lo dimentica, anche perchè molte donne non vivono all'altezza della loro missione. Lo lamenta il S. Padre Pio XII: «Il meraviglioso progresso materiale, non accompagnato e non seguito da un corrispondente progresso morale, ha finito con tutti i suoi agi e le sue comodità di soffocare nelle coscienze i valori spirituali e di mettere l'uomo fuori di Dio e contro Dio.

«L'applicazione delle scoperte scientifiche, i mirabili progressi della scienza, le sorprendenti realizzazioni della meccanica hanno trasformato il mondo; ma la donna, creata da Dio per ricordare all'uomo il suo fine spirituale, immortale, eterno, non ha saputo guidare se stessa per le difficili vie della civiltà moderna, non ha saputo difendere e salvaguardare l'importante trincea dei valori spirituali. non ha saputo essere la misura di tutto, come avrebbe dovuto, per la sua missione. Così ha finito di essere travolta e divenire prima il trastullo, il giocattolo grazioso della vita, poi lo strumento di corruzione, di rovina, di peccato. « Spetta alle giovani migliori - e chi non vuol essere tra quelle? - saldare la rottura profonda, ricomporre il disaccordo, ristabilire l'armonia tra le nuove forme di vita e la legge di Dio, attingendo alla fede religiosa, alla coscienza della propria dignità, al senso di responsabilità umana e civile, la forza per essere all'altezza dei tempi, non solo nel portamento esterno, ma in quello spirituale e morale ». L'uomo è in uno stato di inferiorità rispetto alla donna: mentre la avanzerebbe per forza della sua intelligenza. Ciò che l'uomo dimentica, è precisamente quanto la donna più facilmente ricorda, perchè lo sente sempre vivo. Ella non cura tanto la logica, ma se si tratta delle cose spirituali le intuisce meglio, le gusta meglio, vi inclina più facilmente. Qualcuno ha detto: la religione è per le donne. Non è per le donne nel senso di escludere gli uomini; ma è per le donne nel senso che la donna naturalmente è più inclinata alle pratiche di pietà. « Anche la Chiesa, disse il Papa Pio XI alle Donne Cattoliche, vi rende questo onore, chiamandovi il sesso devoto. E voi dovete, con la religione e per la religione, essere aiuto dell'uomo ». Chi mette la donna fuori di tal missione, la mette fuori della sua vocazione: la rende una spostata. La donna che non fa questo è inutile, se non dannosa, nel mondo. Alla donna che si insuperbisse o si lamentasse di dover lavorare per la conversione del marito si potrebbe far presente che quello è il suo esplicito dovere.

Beato Alberione

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mercoledì, marzo 04, 2026

Tu piena di grazia

Conversazione di Giuseppe Maria Pelizza sdb

“ Tu, piena di grazia “

ll titolo evangelico (cf Lc 1,28) rivelativo per Maria, ma anche per noi.


Al momento dell'Amunciazione, l'Angelo, inaspettato, fa a Maria una rivelazione. Le dice qualcosa sulla sua identità: “Rallegrati, piena di grazia” (Lc 1,28). Questa rivelazione dell'essere di Maria è causata dal fatto che nel contempo una rivelazione di chi è Dio verso Maria. Su di lei esercita una signoria che pervade le radici del suo essere femminile. Dopo un invito a entrare nella gioia, I'Angelo si rivolge alla Vergine coi titolo di “piena di grazia” Il titolo dato a Maria descrive il cambiamento già operato in lei dalla grazia di Dio. Secondo I'interpretazione tradizionale, piena di grazia descive la santità di Maria realizzata in lei dalla grazia, in preparazione all'incarnazione. Per questa grazia che abita in lei, Maria è invitata a rallegrarsi. La sua gioia nasce così dalla contemplazione delle opere compiute da Dio in lei. La gioia non è qualcosa che deve cercare, ma che subisce. Maria si trova nella gioia. Non I'ha costruita, ottenuta per mezzo di particolari esercizi di virtù. Maria è immersa nella gioia della inabitazione di Dio in lei. Per rivelazione, sappiarno che questo non riguarda solo lei, ma anche noi. Così questo momento e rivelativo per Maria, ma anche per noi. Il percorso della nostra santità non nasce da un nostro sforzo, ma dalla presenza in noi di Dio che a noi si offre e che noi siamo invitati ad accogliere. Questa accoglienza è la nostra gioia. Maria è invitata ad accogliere il Dio che abita in lei. Il suo si è la fede. Fede diventa così un atto di accoglienza. L'abbraccio di una presenza. Maria è il prototipo dela fede sia sotto l'aspetto dell'agire di Dio che per quello dell'agire dell'uomo: per grazia le viene pienamente rivelato cio che lei è e ciò che Dio compie in lei; nella sua totale libertà aderisce alla presenza inabitante di Dio e per questo la sua esistenza ora immersa nell'esultanza del sapersi infinitamente amata. Ciò che segue è un'ulteriore proposta di Dio che si aggiunge alla precedente. Maria manifesta il suo stupore consapevole:"Come avverrà questo?" (Lc 1,34), il che ci dice quanto lei fosse cosciente non solo della straordinarietà dell'offerta di Dio, ma che questa si fondasse sulla sbalorditiva e inaudita presenza della grazia nel suo stesso essere. Se è unica la seconda, è comune la prima per chi crede, perchè chi crede ha la vita eterna.

Di fronte a questa stupefacente rivelazione, la Vergine risponde in modo stringato, sobrio, misurato. Non eccede in manifestazioni esagitate, si mantiene discreta, perché la fede contenuta, interiore, riflessiva: “Ecco la serva del Signore”(Lc 1,38). Non dice di più: adora in silenzio. Non cerca di penetrare al di là di quanto piace a Dio rivelare; accetta l'ombra della sua verità e vi si inabissa. Il Signore rivela fino a un certo punto, oltre il quale domanda di credere, sia per farci toccare con mano la nostra finitudine, sia per introdurci a comprendere che I'essenza della persona a cui la relazione di fede introduce, rimane impenetrabile, nella nostra condizione storica. Anche noi come Maria dobbiamo credere in silenzio, con una adorazione che è umiltà, servizio, annientamento amoroso nei confronti di Dio. Dando il suo consenso, Maria abbandona a Dio tutto il suo essere con gli orizzonti luminosi del suo spirito. Tutto consegna a Dio, ne sia lui il padrone, ne faccia ciò che vuole. Così il suo atto di fede diventa la sostanza della sua esistenza. Dice il Conciiio: “Consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo”(LG 56). L'adesione della Vergine fu così piena che il Verbo è diventato carne in lei e in lei ha trovato non solo la verginità della carne, ma soprattutto la verginità dello spirito che è la fede.

Maria ha creduto alla sua maternità verginale e questo è un atto di fede senza pari; ma ha anche creduto a un mistero che le veniva rivelato per la prima volta: la Trinità. Nessuno aveva lasciato intravedere tale mistero inaccessibile e ora si presenta con immediatezza a Maria, la cui educazione non poteva in nessun modo comprendere questo dato. Il mistero della Trinità entra nella vita della Madonna in modo immediato e, potremmo dire, violento. Per prima, lei si rende conto che questo mistero si partecipa agli uomini come mistero di incarnazione. Per dire che chi accoglie la presenza di Dio. incarna nella fede anche lui, il Verbo, e, incarnandolo nella propria esistenza, viene da lui trasformato e divinizzato.

da: Madre di Dio


L'Aria di Nazaret

 

Annunciazione a Loreto


L’aria di Nazaret 

(Solennità dell’Annunciazione del Signore)


Il vangelo dell’Annunciazione (Lc 1, 26-38) fissa per noi un preciso appuntamento nella casa di Nazaret. Chissà come doveva essere quella casa? A noi non interessa come fosse materialmente quella dimora ma che aria si respirasse. È il vangelo stesso a lasciarci presagire lo stile di quella casa: una casa totalmente aperta, se è vero che l’angelo di Dio può avervi accesso liberamente.
Entrando da lei, ricorda Lc. Non poche volte, infatti, la nostra esistenza non conosce la bellezza di un nuovo annuncio e di una nuova possibilità, solo perché c’è una chiusura che non permette ad alcun angelo di varcare la soglia della nostra vita. 

Ecco sto alla porta e busso se qualcuno ascoltando la mia voce mi apre, io entrerò, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3,20): Dio si muove nella storia sempre interpellando la libertà umana, mai forzandola. Quante cene mancate, perché tante porte non si sono aperte!

In quella abitazione totalmente aperta, era di casa l’arte dell’ascolto di angeli. L’angelo è colui che annuncia la possibilità dell’impossibile. L’impossibile diventa possibile perché la Parola di Dio non è mai impotente, opera sempre ciò che annunzia. Essa non è mai sterile. L’impossibile diventa possibile perché lo Spirito Santo è sempre di nuovo all’opera: ti coprirà con la sua ombra. Che cos’è il vangelo se non la realizzazione dell’impossibile? Esso narra che Gesù nascerà in un modo e non in un altro; narra che l’adultera venga perdonata e non lapidata; narra che il figlio prodigo viene trattato come figlio e non come servo; narra che è possibile a un vecchio come Nicodemo di rinascere; è possibile persino che un morto di 4 giorni oda l’invito a venir fuori; narra di come sia possibile che dentro di me rinasca la fiamma della fede, della speranza, della carità.

In quella abitazione totalmente aperta, erano di casa lo stupore e la capacità di porsi domande: si domandava che senso avesse un tale saluto. Era di casa la riflessione. Si pone domande chi sa di non disporre di una lettura esaustiva e onnicomprensiva del reale come accade sotto i suoi occhi. Ci sono cose che non è possibile ospitare nel nostro orizzonte se non accettando di lasciarci mettere in discussione proprio da quei messaggeri che Dio continuamente suscita. Quante cose ci appaiono già note ancor prima di essere vissute! E di quante occasioni di rinascita ci priviamo solo perché ci sembra di non aver alcun grembo per poter ospitare ciò che va oltre il nostro desiderio o la nostra aspettativa! La vita è fatta di turbamenti, di emozioni confuse: ma Dio non teme questo nostro mondo interiore.

In quella abitazione totalmente aperta, era di casa la fiducia. Come potrebbe non essere così se Maria arriva a mettersi a disposizione senza riserve di un progetto che non era il suo? All’angelo che le reca un annuncio che le sconvolge la vita, Maria risponde: possa essere di me come tu dici! Una risposta così non si improvvisa: essa nasce da un cuore che sempre aveva custodito il desiderio di essere in comunione con Dio e perciò accetta che le proprie solite risposte vengano sovvertite. Maria è certa che l’aprirsi a Dio non coincide mai con un impoverimento della propria umanità. 

In quella abitazione totalmente aperta, era di casa lo spirito di servizio. Sono la serva del Signore, ripete Maria all’angelo. Difficilmente pronuncia parole simili chi è abituato a gestire, dominare, disporre, comandare. Quelle di Maria sono parole che attestano uno stile umile, disponibile, accogliente.

 In quella abitazione, era di casa l’impossibile, il non sentirsi arrivati, la capacità di misurarsi con l’imprevisto. Maria non costringe il progetto di Dio ad adeguarsi alla sua capacità di accogliere ma prova a dilatare la sua capacità sulla misura dei disegni di Dio. 

In quella dimora, da una parte erano di casa una grande concretezza e un sano realismo (tanto è vero che Maria chiede: come avverrà questo?), dall’altra una grande disponibilità a “lasciarsi condurre oltre se stessi”. 


Don. Emilio 25 marzo 2019

sabato, febbraio 28, 2026

Dio si fida dell'uomo

 DIO SI FIDA DELL'UOMO

Carissime Annunziatine, 


il cammino del tempo di Quaresima ci invita alla sobrietà che è necessaria per coloro che pur impegnati in un lungo cammino anelano con vigorosa gioia di raggiungere la desiderata meta. Nel tempo di Quaresima, quasi come una tappa lungo il cammino, facciamo sosta con la festa di San Giuseppe, sposo della Vergine e padre putativo di Gesù. San Giuseppe, patrono della Chiesa universale, custodisce la Chiesa perché è il mistico corpo di Cristo: egli continua il suo ministero di protezione. Dal Cielo continua a custodire, a proteggere ed a incoraggiare coloro che seguono i comandamenti divini, quelli che amano i due tesori che l’Eterno Padre gli ha affidato: Gesù e Maria. Chi li ama è prediletto da san Giuseppe.

Uomo giusto 

Dopo Maria – che è ricolma di ogni grazia per la eccelsa volontà divina – Giuseppe è la creatura più ricolma di virtù, poiché doveva essere di esempio al Figlio di Dio nella sua umanità. Di san Giuseppe sappiamo poco, ma egli ci insegna con il suo silenzioso e virtuoso operare, non con le sue parole. Il Verbo Eterno deve essere accolto non solo nel silenzio fecondo della Vergine, ma anche nell’operoso silenzio della fede di san Giuseppe. Giuseppe nel Vangelo è definito “uomo giusto” (Mt 1,19). L’espressione indica colui che fa la volontà di Dio, più che una semplice qualifica morale. Mentre Maria, come madre del Divin Figlio, abbraccia anche temporalmente l’esistenza umana di Gesù, l’esistenza umana di san Giuseppe termina prima che il Cristo inizi la sua vita pubblica, prima che compia la volontà divina per la nostra salvezza sopra la Croce sul Golgota e prima che sorga la Chiesa. Come per Giovanni il Battezzatore, la missione di Giuseppe si compie all’ombra della fede: per ambedue vale la parola «perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15). Il Vangelo di Matteo aggiunge che Giovanni obbedisce: «Allora egli lo lasciò fare». Possiamo dire che anche Giuseppe – il figlio di Giacobbe... Figlio di Davide... figlio di Abramo (cfr. Mt 1,1-16) – ha lasciato fare a Dio. Egli ha lasciato che la Volontà e i Disegni di Dio si compissero in pienezza, anche senza poterne vedere sulla terra il compimento (come avvenne per Abramo e per tutti i Profeti fino al Battista). Per lasciar fare a Dio, ha abbandonato tutti i suoi progetti personali, affinché si potessero realizzare quelli di Dio. Per questo è modello per le anime consacrate, cioè di coloro che sono scelti da Dio affinché Egli possa operare in loro senza nessun ostacolo, senza frapporre alcuna esitazione alla Sua mano forte e soave.

Lasciare agire Dio 

Sono molti quelli che desiderano fare la volontà di Dio, ma sono pochi coloro che lasciano veramente Dio di agire liberamente. Gli uomini, da Adamo in poi, scappano dalle mani di Dio troppo presto... prima che abbia il tempo di finire la sua opera plasmatrice. L’opera creatrice deve continuare nell’uomo “finché Cristo non sia formato” pienamente (cfr. Gal 4,19). Quando Dio opera ci dispone nel torpore. Così ha fatto con Adamo per plasmare Eva, così anche la Chiesa che doveva uscire dal costato di Gesù nel torpore della Croce e del sepolcro. Anche san Giuseppe ha dovuto abbandonarsi nel torpore perché Dio potesse operare liberamente. Poi si è destato e ha fatto «come gli aveva ordinato l’angelo del Signore» (Mt 1,24). Giuseppe è l’uomo dei sogni come Giuseppe, figlio di Giacobbe del libro della Genesi che sa interpretare i sogni. Ma lo sposo di Maria fa di più, sa sognare i sogni di Dio. Fare la volontà di Dio vuol dire sognare i sogni di Dio, farli diventare nostri. Noi di solito chiediamo che si realizzino i nostri desideri. A san Giuseppe viene invece chiesto di realizzare i desideri di Dio. E lo lascia fare, per questo Dio si fida di lui. Qui c’è tutto lo stupore dell’agire di Dio. Egli affida a Giuseppe di realizzare umanamente quanto serve per la Santa Famiglia. Non ci sono comandamenti come per Mosè, fai così oppure non fare così. A Giuseppe viene chiesto di anticipare con la sua vita il comandamento dell’amore che Gesù insegnerà ai suoi discepoli. Per amore di Gesù e di Maria fa tutto quello che serve affinché si realizzino i disegni divini. Potremmo dire che regola della sua vita è stato l’amore per il Figlio di Dio e la Madre sua... tutto il resto è venuto di conseguenza. Possiamo applicare a san Giuseppe la celebre espressione che sant’Agostino propone nel commento alla Prima Lettera di Giovanni: «Dilige et quod vis fac» (Ama e fa’ ciò che vuoi). Non ha forse trascorso tutta la sua vita amando ed agendo di conseguenza?

Dio è un Padre che si fida dei suoi figli

La fede di san Giuseppe è tutto un fidarsi di Dio. Ma prima è Dio che si fida di lui. Infatti l’Eterno Dio affida a lui nel tempo i suoi tesori più preziosi: Gesù e Maria. È veramente un mistero come Dio si fidi dell’uomo, anzi come continua ad ostinarsi a fidarsi dell’uomo. Ad Adamo ed Eva dopo peccato gli occhi si aprirono (cfr. Gen 3,7), ma non poterono più continuare a vedere il loro Creatore a causa del peccato, poiché non si erano fidati della parola di Dio. Dio però, non si è arreso: ha continuato a fidarsi degli uomini nonostante tutto... fino a Maria e a Giuseppe. In loro la fiducia di Dio è stata corrisposta dalla fiducia delle creature. Quale fiducia ha avuto in Giuseppe: ha dovuto proteggere nutrire e custodire il Verbo di Dio. Ha voluto che il nome di “Gesù” – che è al sopra di qualunque altro nome (cfr. Fil 2,9-10) – fosse imposto da Giuseppe come richiesto dall’angelo nel sonno (cfr. Mt 1,21 e 25; Lc 2,21). Conoscendo il nostro cuore dovremmo sempre stupirci di come Dio si fidi di noi. Certo, con Maria e con Giuseppe ha anche abbondato in grazie. Ma da Pietro in poi Dio continua a fidarsi di noi. Affida la Chiesa, affida le anime, affida il messaggio della salvezza... alla nostra miseria e alla nostra inconsistenza. Cosa rispondere a questa smisurata fiducia? Gli occhi della fede ci fanno vedere la volontà di Dio nella esistenza umana come se sognassimo. Impariamo da san Giuseppe a sognare i sogni di Dio e fidarci di Lui, poiché Dio si fida smisuratamente di noi.

don Gino

martedì, febbraio 17, 2026

Festa dell'Annunciazione

 

 

 FESTA DELL’ANNUNCIAZIONE

 

E’ la festa dell’Istituto. Potete fare nei Gruppi quello che vi sarà possibile. Io invito tutte a un riesame sul posto che ha Maria nella nostra vita, riflettendo sulle parole che, in tale occasione, scriveva il Primo Maestro nella circolare n. 7, del 1959:

“Se è moralmente necessaria alle anime la devozione a Maria per vivere da buoni cristiani, molto più è necessaria per essere apostoli. Se è moralmente necessaria la devozione a Maria per osservare i Comandamenti, molto più è necessaria per osservare i consigli evangelici. Se è moralmente necessaria ai giovani la devozione a Maria per dominare le passioni, molto più è necessaria per aspirare alla castità perfetta e perpetua.

Se è moralmente necessaria la devozione a Maria per arrivare al cielo, molto più è necessaria per guidarvi altre anime. Tutta la speranza di promuovere la gloria di Dio, la santificazione all’apostolato e la salvezza delle anime, sia in Maria, da Maria, per Maria”.

 

Circolare febb.1976 – (Don Gabriele Amorth)


sabato, gennaio 24, 2026

San Francesco di Sales

 

 Alla scoperta del nostro io


San Francesco di Sales ha scritto: " Se si vuole conoscere lo stato dell'anima, occorre analizzare una per una le sue passioni.
Come un suonatore di liuto, facendo vibrare tutte le corde,  cerca di accordare quelle che non lo sono, tendendole o allentandole, così, se dopo aver fatto vibrare la corda dell'odio, dell'amore, del desiderio, del timore, della speranza, della tristezza e della gioia dell'anima nostra, ci accorgiamo che queste passioni sono mal accordate per il motivo che vogliamo suonare, cioè la gloria di Dio, possiamo allora accordarle, mediante la sua grazia ed il soccorso del nostro padre spirituale".
L'importante è che le corde del mio cuore siano accordate per l'aria che vogliamo suonare, cioè il canto: Gloria a Dio e pace agli uomini.
L'esame di coscienza ha per fine essenziale di mostrare se queste corde suonano bene quest'aria.
Le corde del mio cuore sono le mie disposizioni interne. Queste, dunque, bisogna far vibrare per sapere che suono dànno... Andare alla scoperta del nostro io  (CISP 1431)

da: Un anno con don Alberione
a cura di G.Mauro Ferrero ssp