Trina ed Una…». Amen
IL POSTO A DESTRA
Contemplare tutto il Mistero della Croce
La Liturgia Pasquale è anche una grande catechesi. Le immagini e i testi ci aiutano a capire e a spiegare il mistero. Di solito quando pensiamo alla Croce sul Golgota ci focalizziamo solo su Cristo, quasi non ci fossimo che Lui e noi. Forse l’espressione più forte in questo senso è quella che la tradizione carmelitana attribuisce a san Giovanni della Croce: Gesù nudo sulla nuda croce. Ma significa che dobbiamo abbracciarlo ed imitarlo: con lui stare sulla nuda croce, confidando solo nel nostro Redentore e in null’altro. Nel Monastero di San Marco a Firenze, il Beato Angelico ha dipinto – in due diversi affreschi – il suo fondatore san Domenico in contemplazione, abbracciato alla base della Croce su cui svetta Gesù che versa sangue salvifico dalle sue ferite. Sono immagini che mostrano una serenità incredibile e ci ricordano che ogni volta che preghiamo Gesù siamo certi che siamo ascoltati, poiché colui che ha donato la sua vita per ciascuno di noi aggiungerà ogni altra cosa gli chiediamo che sia in sintonia con la volontà del Padre, così come preghiamo nel Padre Nostro. L’immagine di Cristo sulla Croce con le ferite che lasciano uscire il suo sangue, indicano che Gesù non è morto, ma è vivo! Nel Crocifisso non contempliamo la fine, ma l’inizio della salvezza, quando si spalancano le porte del Cielo. Nel Crocifisso, in quelle ferite da cui continua a sgorgare sangue, per la fede siamo invitati a vedere la potenza della Risurrezione... quando da un punto di vista terreno sperimentiamo che «si fece buio su tutta la terra» (Mt 27,45; Mc 15,33; Lc 23,44). Umanamente non si vede più nulla, ma per la grazia della fede vediamo che si aprono le porte del Regno dei Cieli.
A fianco della Croce
Attorno alla Croce c’è una scena molto più ampia che occorre imparare a contemplare osservando anche il resto della scena. È interessante meditare sul personaggio del Buon Ladrone (Lc 23,39-43), che nel Martirologio Romano troviamo il 25 marzo (per le Chiese Orientali il 23 marzo). Anche la data dovrebbe renderlo interessante alla nostra riflessione. La tradizione cristiana gli ha assegnato un importante ruolo nella catechesi: è il primo ad entrare in Paradiso. È Gesù stesso che gli dice: «Oggi sarai con me nel paradiso». Che meriti aveva per essere salvato? Nessuno! Eppure a lui per primo si aprono le porte del Regno dei Cieli. La figura del Buon Ladrone ci ricorda che solo per la misericordia di Gesù siamo salvati, per nessun altro merito. Ma insegna anche che non c’è creatura per quanto peccatrice che non abbia speranza di essere salvata da Gesù. Egli si è incarnato, ha predicato, è morto ed è risorto per la salvezza di ogni uomo che desideri accogliere la sua salvezza. Gesù Cristo non obbliga e non giudica nessuno. Non lo ha fatto quando insegnava e neppure dalla cattedra della Croce. Tocca a ciascuno scegliere da che parte stare. Sul Golgota si compie lo stesso mistero del Giudizio finale dove il Giusto Giudice mette a destra e a sinistra secondo quanto gli uomini hanno compiuto... quando era nascosto. Che merito c’è a riconoscere il Messia quando viene con i segni della Gloria? Il Buon Ladrone lo ha riconosciuto nel momento meno favorevole: quando era buio, quando era condannato e abbandonato. Eppure ha confidato in Gesù, lo ha riconosciuto innocente mentre riguardo a se stesso ha riconosciuto di essere giustamente condannato. Non solo davanti agli uomini, ma anche davanti a Dio riconosce la sua colpa. Addirittura lo difende dall’altro condannato: «Non hai alcun timore di Dio...» (Lc 23,40).
Nella sua figura l’antica catechesi vedeva le condizioni imprescindibili per la salvezza: riconoscere il nostro peccato, la nostra miseria estrema ed insieme proclamare la fede in Gesù, l’unico Salvatore. Apparentemente non lo fa nella situazione migliore, perfino la fede dei Discepoli era vacillata. È buio sulla terra, ma ha anche una consolazione: non è solo, ha a fianco Gesù. Lo riconosce e grida aiuto all’Unico che può strapparlo dalla morte e per questo ottiene la salvezza. Qualcosa impariamo anche dall’altro condannato. La sua domanda: “Non sei tu il Cristo?”, significa dubitare cioè non credere. Inoltre, chiedere la salvezza come fa lui (“salva te stesso e noi”) senza riconoscere l’opera di Dio è un insulto. Non chiede la vita di Dio, ma solo quella terrena. Alla sinistra di Gesù, fa esattamente il contrario: è nella stessa situazione del Buon Ladrone, ha Gesù a fianco, ma perde l’occasione della sua vita. La Croce è un tribunale dove Gesù non emette il giudizio, ma dove noi stessi scegliamo il giudizio decidendo da che parte stare: con Cristo o lontano da Cristo... e Gesù ci accontenta. Sotto la Croce troviamo Maria, le donne e Giovanni, ma anche le guardie. Anche sotto la Croce si sceglie da che parte stare. Chi sta con Gesù ottiene la salvezza: non c’è altro criterio o merito per ottenerla.
don Gino
La donna associata allo zelo sacerdotale
Beato Alberione
La fortezza è la virtù morale e soprannaturale che rende l’animo generoso
e intrepido nel lavoro per il cielo, nonostante le difficoltà, le paure e, forse la stessa morte.
Il cuore forte sa intraprendere e sopportare.
Beato Alberione.
"Il Signore t'ha benedetta nella sua potenza,
per mezzo di te ha annientato i nostri nemici" (Giud.13,22)
Oggi è universalmente riconosciuto il valore di questo principio nella cura d’anime: al sacerdote e più specialmente al parroco spetta il dovere di valersi di tutti per ottenere il fine suo: salvare le anime. Egli non può mettere in disparte alcuno dei mezzi ed alcuno dei cooperatori: canto, circolo di cultura, conferenze, avvisi, delicate industrie ecc.: curati, beneficiati, membri delle associazioni cattoliche, compagnie religiose ecc.: e tra tutti questi mezzi di salvezza e tra questi cooperatori uno ve ne ha importantissimo, abilissimo, efficacissimo: la donna. Dunque l’utilizzi, dunque la diriga, dunque se ne valga in ogni occasione: beninteso con prudenza, come si vedrà in seguito.
L’uomo nell’ordine fisico è incompleto senza la donna: poiché se egli ha la forza gli manca la grazia posseduta dalla donna: se egli ha l’intelligenza la donna ha il cuore: uniti questi due esseri si completano e dànno origine ad altri uomini.
Qualcosa di simile è della missione sacerdotale e della missione della donna: il sacerdote ammaestra, comunica i carismi della grazia, santifica dal tempio: ma la donna prolunga questa sua divina influenza sino fra le mura domestiche, la donna porta al sacerdote l’uomo. Il sacerdote senza la donna perderebbe tre quarti della sua influenza nella società, la donna senza di lui la perderebbe tutta. Come tra Dio e l’uomo sta il sacerdote, così tra il sacerdote e l’uomo sta la donna, anello di congiunzione.
Ed ecco il vincolo strettissimo che unisce il sacerdote e la donna: la comune vocazione; ed ecco nel sacerdote l’obbligo di un oculato e prudente indirizzo alla donna nella scelta dei mezzi: ed ecco nella donna il dovere di un’umile docilità ai consigli del sacerdote.
Che se ancora un dubbio ci sorgesse in mente, guardiamo alla storia: a fianco ai grandi benefattori dell’umanità e ai grandi santi del cristianesimo troverete sempre una dolce figura di donna e di santa, che quasi ne completa l’opera. A fianco di san Benedetto, il grande patriarca del monachismo occidentale, vedete santa Scolastica sua sorella; a fianco di san Francesco d’Assisi, il santo così universalmente amato,è santa Chiara, sua concittadina; a fianco dei Padri Domenicani sono le Domenicane; a fianco di san Francesco di Sales è santa Giovanna Francesca di Chantal; san Vincenzo de’ Paoli ha fatto per la Chiesa e per le anime assai più coll’istituire le Suore della Carità che col fondare la famiglia dei Religiosi della Missione. Il venerabile Cottolengo fu assai coadiuvato da Marianna Masi e il venerabile don Bosco dalla propria madre, Margherita Bosco.
Questo è l’ordine provvidenziale del mondo: né tocca a noi mutarlo: opponendoci renderemmo sterile il nostro nobile ministero: coll’adattarvisi opereremo con minor fatica un bene centuplicato. È necessaria un’avvertenza, a scanso di fraintesi.
Da quanto ho detto e sto per dire, alcuno potrebbe forse credere che io voglia asserire la donna non dovere occuparsi d’altro che cooperare al sacerdote: o almeno che quando non fa questo, non risponda alla missione sua. Non è precisamente in questo senso che intendo parlare. La donna ha da prestar un aiuto materiale all’uomo: e nel far questo ognuno vede quale immenso campo è preparato alla sua attività: ma io di questo non intendo occuparmene precisamente, esorbitando dal mio scopo. La donna ha da prestare aiuto morale-religioso all’uomo: e questo può avvenire in due modi: o direttamente, dirò così, nell’opera e nell’indirizzo datole dal sacerdote: o indirettamente, entrando soltanto nello spirito della missione sacerdotale, che è pure parte della missione femminile. Anche questo è assai apprezzabile: ma è specialmente del primo che qui intendo trattare; giacché dell’altro sono già in gran numero i libri che ne parlano, alcuni anzi egregiamente.
LA POTENZA DELLA DONNA
Come alla forza si resiste con la forza, e trionfa il più forte; come dinanzi all'intelligenza si usa il raziocinio e vince chi ha argomenti migliori e logica più stringente; così fra due cuori il trionfo è sempre del più grande: e tra l'uomo e la donna la prevalenza del cuore non si discute. La donna non calcola il proprio ideale, ma l'intuisce e, fattolo suo, l'ama con tutto il suo essere e, vi tende con tutte le sue forze, lo sostiene appassionatamente di fronte all'uomo. Lo sostiene con la debolezza. Cosa meravigliosa: quanto più un essere è debole, tanto più forte sarà la sua preghiera. Se il povero è più povero, ha maggior efficacia presso il ricco; se il bambino è più piccolo, più facilmente disarma anche il mostro di crudeltà. E questa è la forza della donna: essa è regina finchè chiede umilmente; quando volesse comandare o ragionare, allora il suo impero si sfascia. E l'umile supplica, la donna non l'adopera solo di fronte all'uomo per convalidare i suoi desideri, ma specialmente di fronte a Dio. Ella prega per l'uomo: prega con la confidenza del bimbo, con l'umiltà del povero; con la costanza, spesso, del martire. Prega, e Dio l'esaudisce, perchè chi non sa che la preghiera è onnipotente presso il cuore di Dio? Chi non sa che Dio dà tutto a chi lo prega bene? Ed ecco la donna che, per la sua debolezza, diventa forte della fortezza di Dio; ed ecco che la donna vince perchè ha con sè Dio. La donna sostiene il suo impero con la bellezza: bellezza che cresce nella virtù, nella modestia, nel pudore. È vero ciò che sta scritto nell'Ecclesiastico: «Per causa dellabellezza della donna molti sono caduti nella perdizione e da essa viene accesa come fuoco la concupiscenza» (Siracide 9,9); ma d'altra parte è pur vero che la bellezza, unita alla virtù, muove il cuore dell'uomo, l'inclina verso di lei e diventa un mezzo potentissimo per innalzarlo verso il Signore. La donna sostiene l'uomo col suo spirito: l'uomo considera le cose, astrae, generalizza; la donna tutto analizza e vivifica. La donna sente Dio, la virtù, quanto vi ha di bello e di buono: e nel sentire ama, e nell'amare persuade, e persuadendo comunica un'unzione tutta particolare del suo cuore. L'uomo ne resta dominato, direi, spesso incantato.
La donna sostiene l'uomo col sacrificio: ma sacrificio che si compie in mille cose minute, che l'uomo sovente non cura o addirittura disprezza.
La donna per compiere la sua sublime missione ha a suo servizio amorose sollecitudini, esortazioni dolci e forti, rimproveri pieni di tenerezza soave, preghiere condite di lacrime cocenti, sguardi che sono una rivelazione, una ispirazione, una intuizione, una suggestione; così ella previene cadute, rialza chi è inciampato, sprona al bene, eleva opportunamente.
Osservate a quante cose arriva una donna, come nulla le sfugge, come tutto prevede, aggiusta, ripara, dispone. Questo è un fatto verissimo ma troppo frequente per cui non è sufficientemente stimato. E’ difficile capire le tenerezze d'una sorella, i riguardi assidui e delicati di una sposa, le sollecitudini continue ed amorose d'una madre. Ella non risparmia fatiche, veglie, privazioni, sangue, vita; e, soffrendo, gode di soffrire; morendo, gode di consumarsi, pur di ottenere quanto vuole per l'essere che ama. E l'uomo rimane vinto, cade ai suoi piedi, si arrende e dice praticamente: chiedi quanto vuoi; chi può resistere alle tue richieste?
La posizione della donna
In secondo luogo la donna è potente per la sua missione domestica e sociale. Questa è per lei come il miglior punto strategico per un capitano. La donna è nella famiglia più che non l'uomo; come figlia, sposa, madre. Ora quanto non può una figlia sull'animo dei genitori e su quello dei fratelli? Vi sono intere famiglie allevate cristianamente da una sorella maggiore. Tanti fatti storici confermano la cosa, tanto da farla diventare ordinaria ! Quante volte una buona figliuola non ha ritenuto da eccessi genitori e fratelli? Quante volte una buona figliuola non ha istruito i suoi cari, piccoli e grandi, nelle verità religiose in modo così naturale e delicato, da passare inavvertita ma da essere efficace? Quante volte non ha attirato i parenti alla Chiesa, alla parola di Dio, ai SS. Sacramenti? Quante volte una buona figliuola di soda pietà non ha sparso il profumo del proprio spirito tra le mura domestiche? non ha indotto soavemente al parlare castigato, al vicendevole compatimento, all'amore reciproco, all'adempimento del dovere? Si domandò un giorno ad una nobile donzella, sorella di un avvocato di grido, scapolo, come mai ella avesse rifiutato la mano di tanti giovani buoni, ricchi, onorati. La donna alzò gli occhi al cielo, poi li abbassò, e mentre il volto si copriva di un lieve rossore, mormorò: «Ahi l'anima di mio fratello!... ». Era la vittima che aveva sacrificato tutto per restare al fianco del fratello, per salvarlo. Ed aveva già ottenuto tanto! La sposa poi, alla forza dell'affetto, aggiunge la libertà che le proviene dall'essere la compagna del suo sposo, e perciò può ancora di più. Quante volte è solo per lei che si è compito il matrimonio religioso, che in casa si prega, che il marito si porta alla Messa ed ai Sacramenti. « Mio marito fa quello che gli dico io - confidava una sposa. – E’ ora di andare alla Messa, gli dico.
Ed egli cede e mi accompagna ». Ed anche là dove più non giunge la voce del Sacerdote, anche a quell'uomo il quale non pensa che al lavoro e al guadagno, anche a quel disonesto, il quale non sogna che piaceri e passioni, anche a quell'infelice travagliato dalla febbre degli onori o dalla sete di vendetta, anche a costoro può sempre o quasi sempre giungere la voce d'un angelo: voce dolce, suadente, ascoltata d'una sposa. Quante volte si rinnova lo spettacolo di S. Cecilia che conduce il marito al Sacerdote di Dio! Quante volte si ripete il fatto di Emilio Littrè ! Filosofo positivista, storico evoluzionista, senatore a vita, massone zelante, ricevette negli ultimi giorni della vita il S.Battesimo. Il merito della conversione? la sposa e la figlia: l'ottennero col sacrificio, con la preghiera, coi servizi più assidui, con le parole più dolci, con la medaglia della Vergine: argomenti più forti sul cuore che non la logica alla mente! Oh quanti consorti dovranno rendere giustizia nell'eternità alla loro benefattrice e dire: Sono salvo per la mia sposa.Ma la donna tocca l'apice della sua potenza quando è elevata alla dignità di madre; forza d'amore, libertà di parole, autorità divina sui figli si congiungono allora in lei. E chi forma l'anima dei figli è appunto la madre: il padre fa eseguire, ma la madre crea la coscienza dell'azione; il padre traccia come lo scheletro di educazione, ma la madre lo completa, lo vivifica; il padre agisce sul figlio presente, la madre anche sul figlio lontano dalla casa e dal suo sguardo, sul figlio superstite.Montaigne e Smiles concordemente affermano: « La casa dipende siffattamente dalla donna da potersi e doversi asserire che la felicità o l'infelicità della casa medesima sono opera sua ».E il De Maistre: « Sulle ginocchia della madre si forma ciò che il mondo ha di più grande: l'uomo ». Questa verità è di evidenza così chiara e di esperienza così ordinaria da non aver bisogno di dimostrazione. Il fatto di Coriolano che cede innanzi alla madre, se è vero, non è che uno degli infiniti episodi d'ogni giorno. Quante volte si può ripetere ciò che disse S. Ambrogio a S. Monica: « E’ impossibile che si perda il figlio di tante lacrime ! » Rimarrebbe ora a vedere quanto possa la donna per la sua posizione sociale, e questo si vedrà più chiaramente nella seconda parte.
LA VOCAZIONE DELLA DONNA
Il Bougaud, dopo aver considerato la potenza della donna, esclama: « Initium et finis mulier »: in ogni cosa grande vi trovate come principio e fine la donna. E Tacito: « Inesse in eis quid divinum»: la donna ha in sè una orma della potenza di Dio. Ma perchè questo Dio,che fa bene ogni cosa, che tutto rettamente dispone in peso e misura, secondo i suoi altissimi fini, perchè questo Dio è stato così munifico verso la donna? La risposta è esplicita e logica: perchè l'aveva destinata a una nobilissima vocazione; i doni largiti alla donna sono i mezzi necessari alla sua missione. Rifacciamoci all'origine del mondo. Quando Dio ebbe creato l'uomo, dice la S. Scrittura, Egli guardò a lui e, tocco il cuore di compassione alla vista della sua solitudine, pronunciò quella parola: «Non è bene che l'uomo sia solo: facciamogli una compagna simile a lui che gli serva di aiuto»(Genesi 2:18)E creò la donna per aiuto dell'uomo. Ma per aiutarlo in che cosa? Nei suoi lavori, nelle sue angosce? Si: è acerbo il dolore quando si soffre da soli! Per condividere le gioie, e sogni di felicità? Sì, perchè si gode assai poco, quando si gode soli! E siccome l'uomo non è creato per la terra ma per il cielo, siccome Dio collocò in lui speranze celesti, aspirazioni e slanci sublimi, siccome il mondo è l'esilio, mentre il cielo è la patria: sorreggere l'uomo in questo cammino, condurlo amorosamente all'eternità beata, procedervi sostenendosi a vicenda, costituisce l'altissima missione della donna, adjutorium simile sibi. «Son due - dice il S. Padre Pio XII - l'uomo e la donna, che camminano a paro e si dànno la mano e si legano col vincolo di un anello; nodo amoroso che anche il paganesimo non dubitò di chiamare "vinculum iugale". Che è mai dunque la donna se non l'aiuto dell'uomo, colei a cui Dio concesse il sacro dono di far nascere l'uomo al mondo? » L'uomo, curvo sulla terra che doveva lavorare, avrebbe forse perduto facilmente di vista il cielo: Dio gli diede un angelo, un apostolo, un amico intimo, persuasivo, amabile onde gli conservasse la luce e l'attrattiva verso la meta.
Si procede bene, la mano nella mano! Gen,2,18 E’ però tristemente vero che Eva si valse di questo dolce ascendente su Adamo per trascinarlo seco nella colpa. Ma Dio, punendolo, non mutò la missione della donna: l'uomo caduto abbisognava ancora di più dell'aiuto di lei. Se la donna, sotto il dominio brutale del paganesimo, per diffidenza dell'uomo, cadde schiava, oppressa o almeno fu allontanata dall'uomo, Dio pensò a rilevarla da tale stato: se no, essa non avrebbe più potuto esercitare la sua missione. Maria fu l'alto tipo della donna cristiana: Essa compì il suo ufficio di sollevare l'uomo, di distaccarlo dalla terra, di condurlo al cielo. La donna riabilitata da Gesù Cristo, venne con paziente ed assiduo lavoro rimessa al suo posto primitivo. Dopo diciannove secoli, la donna cristiana gode di nuovo quel santo ed universale rispetto, quel tenero e religioso amore, quegli onori e quei riguardi di delicatezza che rendono possibile l'esercizio della sua missione. Quel certo spirito di cavalleria, che nonostante le naturali esagerazioni, dominò tanto nel Medio Evo e forma ancor oggi come l'incanto e il profumo della società civile, è tutto uno spirito ed un frutto delle dottrine cristiane sulla donna.
In essa troviamo di nuovo quel profumo di purezza, quell'aureola di modestia, quella bellezza grave, quell'amabile libertà, quella virtù generosa e quel desiderio intenso di attrarre il cuore dell'uomo per innalzarlo al cielo e condurvelo seco. Quanti uomini, specialmente nel turbinio presente della vita, dimenticherebbero forse Dio, l'anima, l'eternità, se non avessero una sorella, una sposa, una madre, una flglia... L'uomo meglio fornito di doni e di studi, tra gli affari e le occupazioni del presente, facilmente dimentica l'idea del futuro: il visibile lo soffoca, il suo volto si abbassa. E lo dimentica, anche perchè molte donne non vivono all'altezza della loro missione. Lo lamenta il S. Padre Pio XII: «Il meraviglioso progresso materiale, non accompagnato e non seguito da un corrispondente progresso morale, ha finito con tutti i suoi agi e le sue comodità di soffocare nelle coscienze i valori spirituali e di mettere l'uomo fuori di Dio e contro Dio.
«L'applicazione delle scoperte scientifiche, i mirabili progressi della scienza, le sorprendenti realizzazioni della meccanica hanno trasformato il mondo; ma la donna, creata da Dio per ricordare all'uomo il suo fine spirituale, immortale, eterno, non ha saputo guidare se stessa per le difficili vie della civiltà moderna, non ha saputo difendere e salvaguardare l'importante trincea dei valori spirituali. non ha saputo essere la misura di tutto, come avrebbe dovuto, per la sua missione. Così ha finito di essere travolta e divenire prima il trastullo, il giocattolo grazioso della vita, poi lo strumento di corruzione, di rovina, di peccato. « Spetta alle giovani migliori - e chi non vuol essere tra quelle? - saldare la rottura profonda, ricomporre il disaccordo, ristabilire l'armonia tra le nuove forme di vita e la legge di Dio, attingendo alla fede religiosa, alla coscienza della propria dignità, al senso di responsabilità umana e civile, la forza per essere all'altezza dei tempi, non solo nel portamento esterno, ma in quello spirituale e morale ». L'uomo è in uno stato di inferiorità rispetto alla donna: mentre la avanzerebbe per forza della sua intelligenza. Ciò che l'uomo dimentica, è precisamente quanto la donna più facilmente ricorda, perchè lo sente sempre vivo. Ella non cura tanto la logica, ma se si tratta delle cose spirituali le intuisce meglio, le gusta meglio, vi inclina più facilmente. Qualcuno ha detto: la religione è per le donne. Non è per le donne nel senso di escludere gli uomini; ma è per le donne nel senso che la donna naturalmente è più inclinata alle pratiche di pietà. « Anche la Chiesa, disse il Papa Pio XI alle Donne Cattoliche, vi rende questo onore, chiamandovi il sesso devoto. E voi dovete, con la religione e per la religione, essere aiuto dell'uomo ». Chi mette la donna fuori di tal missione, la mette fuori della sua vocazione: la rende una spostata. La donna che non fa questo è inutile, se non dannosa, nel mondo. Alla donna che si insuperbisse o si lamentasse di dover lavorare per la conversione del marito si potrebbe far presente che quello è il suo esplicito dovere.
altro nella pag. WEB
Conversazione di Giuseppe Maria Pelizza sdb
“ Tu, piena di grazia “
ll titolo evangelico (cf Lc 1,28) rivelativo per Maria, ma anche per noi.
Di fronte a questa stupefacente rivelazione, la Vergine risponde in modo stringato, sobrio, misurato. Non eccede in manifestazioni esagitate, si mantiene discreta, perché la fede contenuta, interiore, riflessiva: “Ecco la serva del Signore”(Lc 1,38). Non dice di più: adora in silenzio. Non cerca di penetrare al di là di quanto piace a Dio rivelare; accetta l'ombra della sua verità e vi si inabissa. Il Signore rivela fino a un certo punto, oltre il quale domanda di credere, sia per farci toccare con mano la nostra finitudine, sia per introdurci a comprendere che I'essenza della persona a cui la relazione di fede introduce, rimane impenetrabile, nella nostra condizione storica. Anche noi come Maria dobbiamo credere in silenzio, con una adorazione che è umiltà, servizio, annientamento amoroso nei confronti di Dio. Dando il suo consenso, Maria abbandona a Dio tutto il suo essere con gli orizzonti luminosi del suo spirito. Tutto consegna a Dio, ne sia lui il padrone, ne faccia ciò che vuole. Così il suo atto di fede diventa la sostanza della sua esistenza. Dice il Conciiio: “Consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo”(LG 56). L'adesione della Vergine fu così piena che il Verbo è diventato carne in lei e in lei ha trovato non solo la verginità della carne, ma soprattutto la verginità dello spirito che è la fede.
Maria ha creduto alla sua maternità verginale e questo è un atto di fede senza pari; ma ha anche creduto a un mistero che le veniva rivelato per la prima volta: la Trinità. Nessuno aveva lasciato intravedere tale mistero inaccessibile e ora si presenta con immediatezza a Maria, la cui educazione non poteva in nessun modo comprendere questo dato. Il mistero della Trinità entra nella vita della Madonna in modo immediato e, potremmo dire, violento. Per prima, lei si rende conto che questo mistero si partecipa agli uomini come mistero di incarnazione. Per dire che chi accoglie la presenza di Dio. incarna nella fede anche lui, il Verbo, e, incarnandolo nella propria esistenza, viene da lui trasformato e divinizzato.
da: Madre di Dio
L’aria di Nazaret
(Solennità dell’Annunciazione del Signore)
In quella abitazione totalmente aperta, era di casa lo spirito di servizio. Sono la serva del Signore, ripete Maria all’angelo. Difficilmente pronuncia parole simili chi è abituato a gestire, dominare, disporre, comandare. Quelle di Maria sono parole che attestano uno stile umile, disponibile, accogliente.
In quella abitazione, era di casa l’impossibile, il non sentirsi arrivati, la capacità di misurarsi con l’imprevisto. Maria non costringe il progetto di Dio ad adeguarsi alla sua capacità di accogliere ma prova a dilatare la sua capacità sulla misura dei disegni di Dio.
In quella dimora, da una parte erano di casa una grande concretezza e un sano realismo (tanto è vero che Maria chiede: come avverrà questo?), dall’altra una grande disponibilità a “lasciarsi condurre oltre se stessi”.
Don. Emilio 25 marzo 2019
DIO SI FIDA DELL'UOMO
Carissime Annunziatine,
Uomo giusto
Dopo Maria – che è ricolma di ogni grazia per la eccelsa volontà divina – Giuseppe è la creatura più ricolma di virtù, poiché doveva essere di esempio al Figlio di Dio nella sua umanità. Di san Giuseppe sappiamo poco, ma egli ci insegna con il suo silenzioso e virtuoso operare, non con le sue parole. Il Verbo Eterno deve essere accolto non solo nel silenzio fecondo della Vergine, ma anche nell’operoso silenzio della fede di san Giuseppe. Giuseppe nel Vangelo è definito “uomo giusto” (Mt 1,19). L’espressione indica colui che fa la volontà di Dio, più che una semplice qualifica morale. Mentre Maria, come madre del Divin Figlio, abbraccia anche temporalmente l’esistenza umana di Gesù, l’esistenza umana di san Giuseppe termina prima che il Cristo inizi la sua vita pubblica, prima che compia la volontà divina per la nostra salvezza sopra la Croce sul Golgota e prima che sorga la Chiesa. Come per Giovanni il Battezzatore, la missione di Giuseppe si compie all’ombra della fede: per ambedue vale la parola «perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15). Il Vangelo di Matteo aggiunge che Giovanni obbedisce: «Allora egli lo lasciò fare». Possiamo dire che anche Giuseppe – il figlio di Giacobbe... Figlio di Davide... figlio di Abramo (cfr. Mt 1,1-16) – ha lasciato fare a Dio. Egli ha lasciato che la Volontà e i Disegni di Dio si compissero in pienezza, anche senza poterne vedere sulla terra il compimento (come avvenne per Abramo e per tutti i Profeti fino al Battista). Per lasciar fare a Dio, ha abbandonato tutti i suoi progetti personali, affinché si potessero realizzare quelli di Dio. Per questo è modello per le anime consacrate, cioè di coloro che sono scelti da Dio affinché Egli possa operare in loro senza nessun ostacolo, senza frapporre alcuna esitazione alla Sua mano forte e soave.
Lasciare agire Dio
Sono molti quelli che desiderano fare la volontà di Dio, ma sono pochi coloro che lasciano veramente Dio di agire liberamente. Gli uomini, da Adamo in poi, scappano dalle mani di Dio troppo presto... prima che abbia il tempo di finire la sua opera plasmatrice. L’opera creatrice deve continuare nell’uomo “finché Cristo non sia formato” pienamente (cfr. Gal 4,19). Quando Dio opera ci dispone nel torpore. Così ha fatto con Adamo per plasmare Eva, così anche la Chiesa che doveva uscire dal costato di Gesù nel torpore della Croce e del sepolcro. Anche san Giuseppe ha dovuto abbandonarsi nel torpore perché Dio potesse operare liberamente. Poi si è destato e ha fatto «come gli aveva ordinato l’angelo del Signore» (Mt 1,24). Giuseppe è l’uomo dei sogni come Giuseppe, figlio di Giacobbe del libro della Genesi che sa interpretare i sogni. Ma lo sposo di Maria fa di più, sa sognare i sogni di Dio. Fare la volontà di Dio vuol dire sognare i sogni di Dio, farli diventare nostri. Noi di solito chiediamo che si realizzino i nostri desideri. A san Giuseppe viene invece chiesto di realizzare i desideri di Dio. E lo lascia fare, per questo Dio si fida di lui. Qui c’è tutto lo stupore dell’agire di Dio. Egli affida a Giuseppe di realizzare umanamente quanto serve per la Santa Famiglia. Non ci sono comandamenti come per Mosè, fai così oppure non fare così. A Giuseppe viene chiesto di anticipare con la sua vita il comandamento dell’amore che Gesù insegnerà ai suoi discepoli. Per amore di Gesù e di Maria fa tutto quello che serve affinché si realizzino i disegni divini. Potremmo dire che regola della sua vita è stato l’amore per il Figlio di Dio e la Madre sua... tutto il resto è venuto di conseguenza. Possiamo applicare a san Giuseppe la celebre espressione che sant’Agostino propone nel commento alla Prima Lettera di Giovanni: «Dilige et quod vis fac» (Ama e fa’ ciò che vuoi). Non ha forse trascorso tutta la sua vita amando ed agendo di conseguenza?
Dio è un Padre che si fida dei suoi figli
La fede di san Giuseppe è tutto un fidarsi di Dio. Ma prima è Dio che si fida di lui. Infatti l’Eterno Dio affida a lui nel tempo i suoi tesori più preziosi: Gesù e Maria. È veramente un mistero come Dio si fidi dell’uomo, anzi come continua ad ostinarsi a fidarsi dell’uomo. Ad Adamo ed Eva dopo peccato gli occhi si aprirono (cfr. Gen 3,7), ma non poterono più continuare a vedere il loro Creatore a causa del peccato, poiché non si erano fidati della parola di Dio. Dio però, non si è arreso: ha continuato a fidarsi degli uomini nonostante tutto... fino a Maria e a Giuseppe. In loro la fiducia di Dio è stata corrisposta dalla fiducia delle creature. Quale fiducia ha avuto in Giuseppe: ha dovuto proteggere nutrire e custodire il Verbo di Dio. Ha voluto che il nome di “Gesù” – che è al sopra di qualunque altro nome (cfr. Fil 2,9-10) – fosse imposto da Giuseppe come richiesto dall’angelo nel sonno (cfr. Mt 1,21 e 25; Lc 2,21). Conoscendo il nostro cuore dovremmo sempre stupirci di come Dio si fidi di noi. Certo, con Maria e con Giuseppe ha anche abbondato in grazie. Ma da Pietro in poi Dio continua a fidarsi di noi. Affida la Chiesa, affida le anime, affida il messaggio della salvezza... alla nostra miseria e alla nostra inconsistenza. Cosa rispondere a questa smisurata fiducia? Gli occhi della fede ci fanno vedere la volontà di Dio nella esistenza umana come se sognassimo. Impariamo da san Giuseppe a sognare i sogni di Dio e fidarci di Lui, poiché Dio si fida smisuratamente di noi.
don Gino