mercoledì, marzo 04, 2026

Tu piena di grazia

Conversazione di Giuseppe Maria Pelizza sdb

“ Tu, piena di grazia “

ll titolo evangelico (cf Lc 1,28) rivelativo per Maria, ma anche per noi.


Al momento dell'Amunciazione, l'Angelo, inaspettato, fa a Maria una rivelazione. Le dice qualcosa sulla sua identità: “Rallegrati, piena di grazia” (Lc 1,28). Questa rivelazione dell'essere di Maria è causata dal fatto che nel contempo una rivelazione di chi è Dio verso Maria. Su di lei esercita una signoria che pervade le radici del suo essere femminile. Dopo un invito a entrare nella gioia, I'Angelo si rivolge alla Vergine coi titolo di “piena di grazia” Il titolo dato a Maria descrive il cambiamento già operato in lei dalla grazia di Dio. Secondo I'interpretazione tradizionale, piena di grazia descive la santità di Maria realizzata in lei dalla grazia, in preparazione all'incarnazione. Per questa grazia che abita in lei, Maria è invitata a rallegrarsi. La sua gioia nasce così dalla contemplazione delle opere compiute da Dio in lei. La gioia non è qualcosa che deve cercare, ma che subisce. Maria si trova nella gioia. Non I'ha costruita, ottenuta per mezzo di particolari esercizi di virtù. Maria è immersa nella gioia della inabitazione di Dio in lei. Per rivelazione, sappiarno che questo non riguarda solo lei, ma anche noi. Così questo momento e rivelativo per Maria, ma anche per noi. Il percorso della nostra santità non nasce da un nostro sforzo, ma dalla presenza in noi di Dio che a noi si offre e che noi siamo invitati ad accogliere. Questa accoglienza è la nostra gioia. Maria è invitata ad accogliere il Dio che abita in lei. Il suo si è la fede. Fede diventa così un atto di accoglienza. L'abbraccio di una presenza. Maria è il prototipo dela fede sia sotto l'aspetto dell'agire di Dio che per quello dell'agire dell'uomo: per grazia le viene pienamente rivelato cio che lei è e ciò che Dio compie in lei; nella sua totale libertà aderisce alla presenza inabitante di Dio e per questo la sua esistenza ora immersa nell'esultanza del sapersi infinitamente amata. Ciò che segue è un'ulteriore proposta di Dio che si aggiunge alla precedente. Maria manifesta il suo stupore consapevole:"Come avverrà questo?" (Lc 1,34), il che ci dice quanto lei fosse cosciente non solo della straordinarietà dell'offerta di Dio, ma che questa si fondasse sulla sbalorditiva e inaudita presenza della grazia nel suo stesso essere. Se è unica la seconda, è comune la prima per chi crede, perchè chi crede ha la vita eterna.

Di fronte a questa stupefacente rivelazione, la Vergine risponde in modo stringato, sobrio, misurato. Non eccede in manifestazioni esagitate, si mantiene discreta, perché la fede contenuta, interiore, riflessiva: “Ecco la serva del Signore”(Lc 1,38). Non dice di più: adora in silenzio. Non cerca di penetrare al di là di quanto piace a Dio rivelare; accetta l'ombra della sua verità e vi si inabissa. Il Signore rivela fino a un certo punto, oltre il quale domanda di credere, sia per farci toccare con mano la nostra finitudine, sia per introdurci a comprendere che I'essenza della persona a cui la relazione di fede introduce, rimane impenetrabile, nella nostra condizione storica. Anche noi come Maria dobbiamo credere in silenzio, con una adorazione che è umiltà, servizio, annientamento amoroso nei confronti di Dio. Dando il suo consenso, Maria abbandona a Dio tutto il suo essere con gli orizzonti luminosi del suo spirito. Tutto consegna a Dio, ne sia lui il padrone, ne faccia ciò che vuole. Così il suo atto di fede diventa la sostanza della sua esistenza. Dice il Conciiio: “Consacrò totalmente se stessa quale ancella del Signore alla persona e all'opera del Figlio suo”(LG 56). L'adesione della Vergine fu così piena che il Verbo è diventato carne in lei e in lei ha trovato non solo la verginità della carne, ma soprattutto la verginità dello spirito che è la fede.

Maria ha creduto alla sua maternità verginale e questo è un atto di fede senza pari; ma ha anche creduto a un mistero che le veniva rivelato per la prima volta: la Trinità. Nessuno aveva lasciato intravedere tale mistero inaccessibile e ora si presenta con immediatezza a Maria, la cui educazione non poteva in nessun modo comprendere questo dato. Il mistero della Trinità entra nella vita della Madonna in modo immediato e, potremmo dire, violento. Per prima, lei si rende conto che questo mistero si partecipa agli uomini come mistero di incarnazione. Per dire che chi accoglie la presenza di Dio. incarna nella fede anche lui, il Verbo, e, incarnandolo nella propria esistenza, viene da lui trasformato e divinizzato.

da: Madre di Dio


L'Aria di Nazaret

 

Annunciazione a Loreto


L’aria di Nazaret 

(Solennità dell’Annunciazione del Signore)


Il vangelo dell’Annunciazione (Lc 1, 26-38) fissa per noi un preciso appuntamento nella casa di Nazaret. Chissà come doveva essere quella casa? A noi non interessa come fosse materialmente quella dimora ma che aria si respirasse. È il vangelo stesso a lasciarci presagire lo stile di quella casa: una casa totalmente aperta, se è vero che l’angelo di Dio può avervi accesso liberamente.
Entrando da lei, ricorda Lc. Non poche volte, infatti, la nostra esistenza non conosce la bellezza di un nuovo annuncio e di una nuova possibilità, solo perché c’è una chiusura che non permette ad alcun angelo di varcare la soglia della nostra vita. 

Ecco sto alla porta e busso se qualcuno ascoltando la mia voce mi apre, io entrerò, cenerò con lui ed egli con me (Ap 3,20): Dio si muove nella storia sempre interpellando la libertà umana, mai forzandola. Quante cene mancate, perché tante porte non si sono aperte!

In quella abitazione totalmente aperta, era di casa l’arte dell’ascolto di angeli. L’angelo è colui che annuncia la possibilità dell’impossibile. L’impossibile diventa possibile perché la Parola di Dio non è mai impotente, opera sempre ciò che annunzia. Essa non è mai sterile. L’impossibile diventa possibile perché lo Spirito Santo è sempre di nuovo all’opera: ti coprirà con la sua ombra. Che cos’è il vangelo se non la realizzazione dell’impossibile? Esso narra che Gesù nascerà in un modo e non in un altro; narra che l’adultera venga perdonata e non lapidata; narra che il figlio prodigo viene trattato come figlio e non come servo; narra che è possibile a un vecchio come Nicodemo di rinascere; è possibile persino che un morto di 4 giorni oda l’invito a venir fuori; narra di come sia possibile che dentro di me rinasca la fiamma della fede, della speranza, della carità.

In quella abitazione totalmente aperta, erano di casa lo stupore e la capacità di porsi domande: si domandava che senso avesse un tale saluto. Era di casa la riflessione. Si pone domande chi sa di non disporre di una lettura esaustiva e onnicomprensiva del reale come accade sotto i suoi occhi. Ci sono cose che non è possibile ospitare nel nostro orizzonte se non accettando di lasciarci mettere in discussione proprio da quei messaggeri che Dio continuamente suscita. Quante cose ci appaiono già note ancor prima di essere vissute! E di quante occasioni di rinascita ci priviamo solo perché ci sembra di non aver alcun grembo per poter ospitare ciò che va oltre il nostro desiderio o la nostra aspettativa! La vita è fatta di turbamenti, di emozioni confuse: ma Dio non teme questo nostro mondo interiore.

In quella abitazione totalmente aperta, era di casa la fiducia. Come potrebbe non essere così se Maria arriva a mettersi a disposizione senza riserve di un progetto che non era il suo? All’angelo che le reca un annuncio che le sconvolge la vita, Maria risponde: possa essere di me come tu dici! Una risposta così non si improvvisa: essa nasce da un cuore che sempre aveva custodito il desiderio di essere in comunione con Dio e perciò accetta che le proprie solite risposte vengano sovvertite. Maria è certa che l’aprirsi a Dio non coincide mai con un impoverimento della propria umanità. 

In quella abitazione totalmente aperta, era di casa lo spirito di servizio. Sono la serva del Signore, ripete Maria all’angelo. Difficilmente pronuncia parole simili chi è abituato a gestire, dominare, disporre, comandare. Quelle di Maria sono parole che attestano uno stile umile, disponibile, accogliente.

 In quella abitazione, era di casa l’impossibile, il non sentirsi arrivati, la capacità di misurarsi con l’imprevisto. Maria non costringe il progetto di Dio ad adeguarsi alla sua capacità di accogliere ma prova a dilatare la sua capacità sulla misura dei disegni di Dio. 

In quella dimora, da una parte erano di casa una grande concretezza e un sano realismo (tanto è vero che Maria chiede: come avverrà questo?), dall’altra una grande disponibilità a “lasciarsi condurre oltre se stessi”. 


Don. Emilio 25 marzo 2019

sabato, febbraio 28, 2026

Dio si fida dell'uomo

 DIO SI FIDA DELL'UOMO

Carissime Annunziatine, 


il cammino del tempo di Quaresima ci invita alla sobrietà che è necessaria per coloro che pur impegnati in un lungo cammino anelano con vigorosa gioia di raggiungere la desiderata meta. Nel tempo di Quaresima, quasi come una tappa lungo il cammino, facciamo sosta con la festa di San Giuseppe, sposo della Vergine e padre putativo di Gesù. San Giuseppe, patrono della Chiesa universale, custodisce la Chiesa perché è il mistico corpo di Cristo: egli continua il suo ministero di protezione. Dal Cielo continua a custodire, a proteggere ed a incoraggiare coloro che seguono i comandamenti divini, quelli che amano i due tesori che l’Eterno Padre gli ha affidato: Gesù e Maria. Chi li ama è prediletto da san Giuseppe.

Uomo giusto 

Dopo Maria – che è ricolma di ogni grazia per la eccelsa volontà divina – Giuseppe è la creatura più ricolma di virtù, poiché doveva essere di esempio al Figlio di Dio nella sua umanità. Di san Giuseppe sappiamo poco, ma egli ci insegna con il suo silenzioso e virtuoso operare, non con le sue parole. Il Verbo Eterno deve essere accolto non solo nel silenzio fecondo della Vergine, ma anche nell’operoso silenzio della fede di san Giuseppe. Giuseppe nel Vangelo è definito “uomo giusto” (Mt 1,19). L’espressione indica colui che fa la volontà di Dio, più che una semplice qualifica morale. Mentre Maria, come madre del Divin Figlio, abbraccia anche temporalmente l’esistenza umana di Gesù, l’esistenza umana di san Giuseppe termina prima che il Cristo inizi la sua vita pubblica, prima che compia la volontà divina per la nostra salvezza sopra la Croce sul Golgota e prima che sorga la Chiesa. Come per Giovanni il Battezzatore, la missione di Giuseppe si compie all’ombra della fede: per ambedue vale la parola «perché conviene che adempiamo ogni giustizia» (Mt 3,15). Il Vangelo di Matteo aggiunge che Giovanni obbedisce: «Allora egli lo lasciò fare». Possiamo dire che anche Giuseppe – il figlio di Giacobbe... Figlio di Davide... figlio di Abramo (cfr. Mt 1,1-16) – ha lasciato fare a Dio. Egli ha lasciato che la Volontà e i Disegni di Dio si compissero in pienezza, anche senza poterne vedere sulla terra il compimento (come avvenne per Abramo e per tutti i Profeti fino al Battista). Per lasciar fare a Dio, ha abbandonato tutti i suoi progetti personali, affinché si potessero realizzare quelli di Dio. Per questo è modello per le anime consacrate, cioè di coloro che sono scelti da Dio affinché Egli possa operare in loro senza nessun ostacolo, senza frapporre alcuna esitazione alla Sua mano forte e soave.

Lasciare agire Dio 

Sono molti quelli che desiderano fare la volontà di Dio, ma sono pochi coloro che lasciano veramente Dio di agire liberamente. Gli uomini, da Adamo in poi, scappano dalle mani di Dio troppo presto... prima che abbia il tempo di finire la sua opera plasmatrice. L’opera creatrice deve continuare nell’uomo “finché Cristo non sia formato” pienamente (cfr. Gal 4,19). Quando Dio opera ci dispone nel torpore. Così ha fatto con Adamo per plasmare Eva, così anche la Chiesa che doveva uscire dal costato di Gesù nel torpore della Croce e del sepolcro. Anche san Giuseppe ha dovuto abbandonarsi nel torpore perché Dio potesse operare liberamente. Poi si è destato e ha fatto «come gli aveva ordinato l’angelo del Signore» (Mt 1,24). Giuseppe è l’uomo dei sogni come Giuseppe, figlio di Giacobbe del libro della Genesi che sa interpretare i sogni. Ma lo sposo di Maria fa di più, sa sognare i sogni di Dio. Fare la volontà di Dio vuol dire sognare i sogni di Dio, farli diventare nostri. Noi di solito chiediamo che si realizzino i nostri desideri. A san Giuseppe viene invece chiesto di realizzare i desideri di Dio. E lo lascia fare, per questo Dio si fida di lui. Qui c’è tutto lo stupore dell’agire di Dio. Egli affida a Giuseppe di realizzare umanamente quanto serve per la Santa Famiglia. Non ci sono comandamenti come per Mosè, fai così oppure non fare così. A Giuseppe viene chiesto di anticipare con la sua vita il comandamento dell’amore che Gesù insegnerà ai suoi discepoli. Per amore di Gesù e di Maria fa tutto quello che serve affinché si realizzino i disegni divini. Potremmo dire che regola della sua vita è stato l’amore per il Figlio di Dio e la Madre sua... tutto il resto è venuto di conseguenza. Possiamo applicare a san Giuseppe la celebre espressione che sant’Agostino propone nel commento alla Prima Lettera di Giovanni: «Dilige et quod vis fac» (Ama e fa’ ciò che vuoi). Non ha forse trascorso tutta la sua vita amando ed agendo di conseguenza?

Dio è un Padre che si fida dei suoi figli

La fede di san Giuseppe è tutto un fidarsi di Dio. Ma prima è Dio che si fida di lui. Infatti l’Eterno Dio affida a lui nel tempo i suoi tesori più preziosi: Gesù e Maria. È veramente un mistero come Dio si fidi dell’uomo, anzi come continua ad ostinarsi a fidarsi dell’uomo. Ad Adamo ed Eva dopo peccato gli occhi si aprirono (cfr. Gen 3,7), ma non poterono più continuare a vedere il loro Creatore a causa del peccato, poiché non si erano fidati della parola di Dio. Dio però, non si è arreso: ha continuato a fidarsi degli uomini nonostante tutto... fino a Maria e a Giuseppe. In loro la fiducia di Dio è stata corrisposta dalla fiducia delle creature. Quale fiducia ha avuto in Giuseppe: ha dovuto proteggere nutrire e custodire il Verbo di Dio. Ha voluto che il nome di “Gesù” – che è al sopra di qualunque altro nome (cfr. Fil 2,9-10) – fosse imposto da Giuseppe come richiesto dall’angelo nel sonno (cfr. Mt 1,21 e 25; Lc 2,21). Conoscendo il nostro cuore dovremmo sempre stupirci di come Dio si fidi di noi. Certo, con Maria e con Giuseppe ha anche abbondato in grazie. Ma da Pietro in poi Dio continua a fidarsi di noi. Affida la Chiesa, affida le anime, affida il messaggio della salvezza... alla nostra miseria e alla nostra inconsistenza. Cosa rispondere a questa smisurata fiducia? Gli occhi della fede ci fanno vedere la volontà di Dio nella esistenza umana come se sognassimo. Impariamo da san Giuseppe a sognare i sogni di Dio e fidarci di Lui, poiché Dio si fida smisuratamente di noi.

don Gino

martedì, febbraio 17, 2026

Festa dell'Annunciazione

 

 

 FESTA DELL’ANNUNCIAZIONE

 

E’ la festa dell’Istituto. Potete fare nei Gruppi quello che vi sarà possibile. Io invito tutte a un riesame sul posto che ha Maria nella nostra vita, riflettendo sulle parole che, in tale occasione, scriveva il Primo Maestro nella circolare n. 7, del 1959:

“Se è moralmente necessaria alle anime la devozione a Maria per vivere da buoni cristiani, molto più è necessaria per essere apostoli. Se è moralmente necessaria la devozione a Maria per osservare i Comandamenti, molto più è necessaria per osservare i consigli evangelici. Se è moralmente necessaria ai giovani la devozione a Maria per dominare le passioni, molto più è necessaria per aspirare alla castità perfetta e perpetua.

Se è moralmente necessaria la devozione a Maria per arrivare al cielo, molto più è necessaria per guidarvi altre anime. Tutta la speranza di promuovere la gloria di Dio, la santificazione all’apostolato e la salvezza delle anime, sia in Maria, da Maria, per Maria”.

 

Circolare febb.1976 – (Don Gabriele Amorth)


sabato, gennaio 24, 2026

San Francesco di Sales

 

 Alla scoperta del nostro io


San Francesco di Sales ha scritto: " Se si vuole conoscere lo stato dell'anima, occorre analizzare una per una le sue passioni.
Come un suonatore di liuto, facendo vibrare tutte le corde,  cerca di accordare quelle che non lo sono, tendendole o allentandole, così, se dopo aver fatto vibrare la corda dell'odio, dell'amore, del desiderio, del timore, della speranza, della tristezza e della gioia dell'anima nostra, ci accorgiamo che queste passioni sono mal accordate per il motivo che vogliamo suonare, cioè la gloria di Dio, possiamo allora accordarle, mediante la sua grazia ed il soccorso del nostro padre spirituale".
L'importante è che le corde del mio cuore siano accordate per l'aria che vogliamo suonare, cioè il canto: Gloria a Dio e pace agli uomini.
L'esame di coscienza ha per fine essenziale di mostrare se queste corde suonano bene quest'aria.
Le corde del mio cuore sono le mie disposizioni interne. Queste, dunque, bisogna far vibrare per sapere che suono dànno... Andare alla scoperta del nostro io  (CISP 1431)

da: Un anno con don Alberione
a cura di G.Mauro Ferrero ssp


San Paolo , l' Apostolo

BEATO TIMOTEO
dal libro: Uomini di Dio Ed. Paoline 

SAN PAOLO, L'APOSTOLO
dai suoi scritti


San Paolo é l'apostolo dei gentili: cittadino romano, conoscitore perfetto della legge mosaica e del suo valore, mente equilibrata, pensatore profondo, organizzatore intrepido, ese­cutore pronto, costante e tenace; parlatore affascinante, dal cuore intraprendente e sensibilissimo... Ecco una pallida idea di questo grande uomo.
La conversione di San Paolo si inizia nell'umiltà: Egli si consegna a Dio come un nulla: «Che cosa vuoi che io faccia? "; si nutre e si stabilisce nella umiltà che prega; si compie nell'umiltà che persevera.
La conversione é sempre, per tutti, il centro della vita spirituale: convertirci ogni giorno in una nuova piccolezza interiore: per crescere, bisogna che ci facciamo piccoli, umili, docili, fiduciosi, semplici!
La persona di San Paolo é tutta dedita al « Cristo vivente ». La sua mente é consacrata alla conoscenza e alla predicazione di Gesú Cristo: « Non credetti di sapere altro tra di Voi che Cristo e Cristo crocifisso ";
La sua volontà é protesa alla conquista di Gesú Cristo, per vestirsi di Lui, imitarLo: « Siate miei imitatori, come io lo sono del Cristo ».
Il suo Cuore arde di amore per Gesú Cristo: « Chi potrà separarmi dalla carità di Cristo?... Se qualcuno non ama Cristo Signore sia anatema », cioè scomunicato.
Il suo corpo deve compiere quello che manca alla passione di Gesú: « Perché a noi é dato non solo di credere, ma di patire per Lui, e di continuare a portare la sua mortificazione sempre "; San Paolo,

« Dottore delle Genti », aveva tale coscienza della sua miseria, da considerarsi il primo dei peccatori che Cristo é venuto a salvare, il « minimo » degli Apostoli, l'ultimo dei fedeli.
Perché si é fatto «piccolo» egli ha avuto l'inestimabile grazia di penetrare piú addentro nei segreti del cuore di Cristo e di annunziarli a tutte le genti.
San Paolo ha capito il Cuore di Gesú, il Suo amore per noi, e in questo amore ha dimorato: per cui il cuore di San Paolo é diventato il cuore di Gesú; e l'amore di Gesú per noi ha investito il cuore di San Paolo: seguendo San Paolo, aderiamo all'amore di Gesú.
San Paolo é uomo di preghiera: egli prega di giorno e di notte (2 Tm, I, 3), comanda di fare suppliche per tutti, per i responsabili delle nazioni (1 Tm, II,2), e perché la « parola di Dio corra e sia glorificata » (2 Ts, III, 2).
Imitiamo San Paolo: piú preghiera che propositi; piú preghiera che angustia; piú preghiera che lavoro: questo il ministero primo e principale che soprannaturalizza gli altri apostolati, li consolida, li rende efficaci.
San Paolo fa come un mirabile responsorio col Maestro Divino.
Gesú Maestro dice:

« lo sono la Verità: credete in me ». San Paolo risponde:
« Vivo nella fede del Figlio di Dio che mi ha amato ».. « lo sono la Via: venite a me ».
San Paolo risponde:
« Sono confitto alla croce con Cristo ».
« Io sono la Vita: rimanete nel mio amore ». San Paolo risponde:
« Non sono piú io che vivo: vive in me il Cristo ».
San Paolo, l'Apostolo dell'attività, è l'Apostolo della massima vita interiore. Radice e fondamento di questa vita interiore è la continuata meditazione delle verità eterne.
L'anima di San Paolo è costantemente occupata da una grande realtà: la vita eterna! (1 Cor, XV, 29).

La spiritualità di San Paolo ebbe per regola la Chiesa.

« Videre Petrum ». Egli si recò a Gerusalemme da Pietro per consegnargli devotamente la fede e l'Apostolato; per esserne docilmente illuminato e guidato; per stabilire con lui « un'unità » nella dipendenza e nell'amicizia che è una delle piú belle visioni del Cristianesimo e della vita in Cristo; amicizia che crebbe e fece dei due Apostoli un solo principio, un solo fondamento, una sola autorità per Roma e per la Chiesa.
Chiediamo a San Paolo amore al Papa; Egli, che ha legato i cuori a Roma e al Papa, ce lo darà.
San Paolo è l'Apostolo per antonomasia, un creatore di apostoli. Vuole specialmente concederci lo spirito di zelo e l'amore alle anime, la brama di salvare i fratelli. È un convertito: vuole che domandiamo la conversione dei cattivi; vuole ottenere vocazioni al clero, alla vita pia e religiosa.
San Paolo é l'operaio, il ministro della cattolicità della Chiesa. È impossibile leggere i primi capitoli della lettera agli Efesini e non sentirsi ripieni di amore per la Chiesa. Egli, Dottore della Chiesa, quasi non osa parlare, tanto é l'amore che lo lega alla Chiesa, tanta é la pena d'essere stato un giorno persecutore della Chiesa: " Io ho perseguitato e devastato la Chiesa di Dio ». Ma quanto poi la edificò!
Due sono le note piú caratteristiche dello zelo di San Paolo: la gioia che Gesú Cristo sia predicato (Fil, 1, 17) e il dolore che Gesú Cristo non sia amato e sia offeso (Fil, 3, 18).
Siamo contenti che si faccia del bene senza mai ingelosirci dell'attività altrui.
È impossibile avvicinarsi a San Paolo e non esserne trasformati.
La devozione é anzitutto conoscenza: le Lettere di San Paolo ne rivelano lo spirito;la devozione é amore: le Lettere ci fanno amare San Paolo; prova della devozione é l'imitazione: le Lettere ci fanno conoscere la condotta intima di San Paolo; somma devozione é vivere lo spirito di San Paolo: le Lettere possiedono la potenza di farci entrare nello spirito paolino.
Cerchiamo di conoscere San Paolo, studiarlo nelle Lettere e negli Atti; seguirlo nella virtú e nello zelo; amarlo, aderire a Lui con tenero e filiale affetto.

L'insegnamento di San Paolo é tutto penetrato della dottrina della grazia. Egli é una creazione della grazia; e la grazia diventa la leva potente del suo apostolato.
La devozione a San Paolo ci porta a fondarci sulla grazia di Dio.
« Vas electionis, pro nomine meo pati ».
Ecco il risultato: un santo. Tu sei un Santo, o Paolo; santo per la tua adesione alla divina volontà! tale il tuo dolore di aver odiato Gesú, tale il tuo proposito che sei diventato un santo. E Gesú ti renderà perciò suo discepolo nella passione; ti unirà alla perfezione dell'apostolato: nel martirio.
Si dice: la devozione a San Paolo non é popolare, é la devozione dei dotti. Ma al principio della Chiesa era devozione del popolo: deve tornare tale. Entra nelle anime con difficoltà. Ma una volta entrata, ruba il cuore, investe lo spirito, trasforma la vita. È un grande dono della misericordia di Dio.

giovedì, gennaio 15, 2026

San Paolo Alberione

 


San Paolo nelle parole di Giacomo Alberione

Conversione di San Paolo. 
Un ritratto del Santo realizzato dal Beato Giacomo Alberione, 
fondatore della Società San Paolo

San Paolo si convertì nella mente: cambiò completamente le idee. Anche noi per convertirci nella mente dobbiamo cambiare le idee. E' necessario abbracciare le massime del Vangelo di oggi”, così scriveva nel 1946 il Beato Giacomo Alberione sulla Conversione di San Paolo. Convertire, ossia: “Rivolgimento, mutamento di direzione di un corpo; mutamento interiore; cambio, trasformazione”. Parola che deriva dal latino: “convèrtere”, ossia rivolgere, dirigere, cambiare, distogliere. E’ l’uomo che si “trasforma”, converge il corpo e la mente. Nel caso di San Paolo, si tratta di conversione del cuore. E per convertire c’è sempre bisogno di un’azione o di una parola: lo sapeva bene il Beato Alberione, evangelizzatore instancabile, un San Paolo del nostro tempo.

Ma chi era San Paolo per il sacerdote piemontese? “San Paolo è il discepolo che conosce il Maestro Divino nella sua pienezza: egli lo vive in tutto, ne scandaglia i profondi misteri della dottrina, del cuore, della santità, della umanità e divinità; lo vede dottore, ostia, sacerdote; ci presenta il Cristo totale come già si era definito: Via Verità e Vita”. Con poche parole, il Beato Alberione riesce a sintetizzare una vita, come quella di San Paolo, così ricca. E’ questa una delle peculiarità dello stile di Alberione: utilizza parole che arrivano allo scandaglio dell’anima con una facilità e una capacità di penetrazione incredibile. E così è stato per il suo maestro, Saulo di Tarso. Le sue Lettere ne sono una chiara prova: basterebbe estrapolare da queste una frase per capirlo subito. 

Amore profondo e devozione viva per l’Apostolo: in ogni scritto di Alberione traspare tutto ciò. Nella sua predicazione e nei suoi Scritti, troviamo continui rimandi a chi - per lui - è stato il vero fondatore della Famiglia Paolina. Lo dice Alberione stesso nel saluto ai visitatori dell’esposizione paolina che si tenne ad Alba in occasione del quarantennio di fondazione della Congregazione (18 agosto 1954): “La riconoscenza più viva va a San Paolo Apostolo, che è il vero Fondatore dell’Istituzione. Infatti egli ne è il padre, maestro, esemplare, protettore. Egli si è fatta questa Famiglia con un intervento così fisico e spirituale che neppure ora, a rifletterci, si può intendere bene; e tanto meno spiegare. Tutto è suo: di lui, il più completo interprete del Maestro Divino, che applicò il Vangelo alle nazioni e chiamò le nazioni a Cristo; di lui, la cui presenza nella teologia, nella morale, nell’organizzazione della Chiesa, nelle adattabilità dell’apostolato e dei suoi mezzi ai tempi è vivissima e sostanziale; e rimarrà tale sino alla fine dei secoli. Tutto mosse, tutto illuminò, tutto nutrì; egli fu la guida, l’economo, la difesa, il sostegno, ovunque la Famiglia Paolina si è stabilita. Meritava la prima Chiesa e la bella gloria che lo riproduce nel suo apostolato e nella sua paternità rispetto ai paolini. Non è avvenuto come quando si elegge un protettore per una persona, o istituzione. Non è che noi lo abbiamo eletto; è, invece, San Paolo che ha eletto noi. La Famiglia Paolina deve essere San Paolo oggi vivente”. Lo scritto di Alberione si concentra sull’importanza che ricopre San Paolo nell’istituzione da lui fondata. Colpisce un termine: vivente. E’ tutta in questa parola la missione del Beato Alberione e della Famiglia Paolina, vivente. Non si parla di “qualcuno” o di “qualcosa” ormai perso nel tempo: è ben fissa in lui l’immagine di un San Paolo che vive nel presente. “Se vivesse, che cosa farebbe?” si chiede Alberione in uno scritto. Ancora una volta la risposta induce il pensiero alla riflessione: “Adempirebbe i due grandi precetti come ha saputo adempierli: amare Iddio con tutto il cuore, con tutte le forze, con tutta la mente; e amare il prossimo senza nulla risparmiarsi, perché egli ha vissuto Cristo: «Vive in me il Cristo» [Gal 2,20]. Egli adopererebbe i più alti pulpiti eretti dal progresso odierno: stampa, cinema, radio, televisione; i più grandi ritrovati della dottrina d’amore e di salvezza: il Vangelo di Gesù Cristo”.

In questo caso, il ritratto di San Paolo diviene davvero “vivo” grazie ad Alberione che guarda ai nuovi mezzi di comunicazione che - secondo il fondatore della Famiglia Paolina - vengono considerati “ritrovati della dottrina d’amore e di salvezza”. La salvezza, tema cardine della comunicazione e del comunicatore: l’incontro con le parole può divenire segno di salvezza per ciascuno. Così è stato per San Paolo, così è stato per il 
 Beato Giacomo Alberione. - San Paolo

Di Antonio Tarallo    Roma, 25 gennaio, 2025