venerdì, gennaio 30, 2026

Cattedra di San Pietro

 


Carissime Annunziatine, 

quest’anno sia la celebrazione della Conversione di san Paolo che quella della Cattedra di san Pietro cadono di domenica, per cui non vengono celebrate. Non per questo dovremmo tralasciare quanto la liturgia ci insegna con queste celebrazioni. Quest’anno abbiamo celebrato i cento anni dall’arrivo dei primi Paolini a Roma. Non a caso don Alberione volle che venissero a stabilirsi vicino alla tomba dell’Apostolo delle genti. Ma arrivare a Roma per don Alberione significava anche proiettarsi verso il mondo intero, saldamente legati alla sede petrina e all’insegnamento del Papa. La missione e lo zelo apostolico di ogni paolino non possono tralasciare di essere fondati su Pietro e su Paolo (oltre che su tutti gli altri apostoli).

Presso la sede di Pietro 

La chiesa di Roma non è stata “fondata” dagli Apostoli, non sappiamo chi per primo abbia portato a Roma il Vangelo di Cristo. Da sempre la gloria della chiesa di Roma è di avere il corpo dei due grandi Apostoli: di essere vicina ai loro santi corpi e fondata/fedele al loro insegnamento. Secondo alcuni storici, in origine a Roma il 22 di febbraio si celebrava la data del martirio di san Pietro. Ma ben presto si passò a celebrare il 29 giugno insieme sia san Pietro che san Paolo. È comunque importante che la chiesa di Roma si ritiene fondata sul martirio (cioè sulla testimonianza di vita e dottrina) dei due grandi Apostoli, riservando loro due celebrazioni particolari: la Conversione di San Paolo e la Cattedra di San Pietro. Questo ricorda ad ogni cristiano che non si può disgiungere l’insegnamento cristiano dalla personale testimonianza di vita. Don Alberione ha sempre voluto che tutti i paolini tenessero in gran conto il riferimento all’insegnamento del successore di Pietro. Se di san Paolo dobbiamo imitare la radicalità della conversione e lo zelo nel diffondere il Vangelo in tutto il mondo, da san Pietro dobbiamo imparare la fedeltà nell’insegnamento, per non correre il rischio di aver corso invano (cfr. Gal 2,2). Bisogna aggiungere, in tutta onestà, che in questo non siamo del tutto originali, anche san Francesco (di cui quest’anno ricorre l’ottavo centenario del suo transito) e san Domenico ci tenevano allo stretto legame col Vicario di Cristo in terra ed al suo insegnamento. Sant’Ignazio di Loyola non era da meno: non si insegnano dottrine dubbie ma sicure e sempre in comunione col Papa ... e la lista dei santi su questo aspetto è lunga.

La festa del 22 febbraio

La celebrazione della “Cattedra” di san Pietro – o della “Santa Sede” – è stata vissuta, soprattutto a partire dall’epoca barocca, come un tangibile segno dell’unione con il vescovo di Roma e dell’intera Chiesa Cattolica. Spesso si ironizza su quanto il Bernini ha esaltato nella sontuosa rappresentazione in San Pietro, osservando che non può essere la sedia su cui sedeva san Pietro, ma un reperto molto più recente. Si dimentica però che questo oggetto è un “elemento comunicativo” (che viene dal Medioevo), ma di cui abbiamo bisogno anche noi nella nostra cultura di comunicazione. È qualcosa di visibile e identificabile per poter affermare un valore che invece non è materiale. È un simbolo della fedeltà alla dottrina di Gesù che i successori di san Pietro hanno mantenuto lungo i secoli. Non è il legno della cattedra ad essere importante ma quanto esso significa. Attualmente il vangelo proclamato nella Celebrazione della Cattedra di san Pietro invita a riflettere sul “potere delle chiavi” affidato da Gesù a san Pietro. Già sant’Agostino ricordava che quanto è detto a Pietro vale per tutti gli Apostoli e per i loro successori. In ogni caso non è il “potere giuridico” ad essere messo al primo posto quanto la comunione che ci fa unico Corpo di Cristo. L’Eucarestia ci rende unico corpo misticamente, ma anche la professione dell’unica fede che proclamiamo deve renderci saldi nell’unità. Abbiamo bisogno di sottolineare l’unità e la comunione con Pietro. In questo modo ricordiamo l’unità del corpo mistico che è la Chiesa («è forse diviso il Cristo?» 1Cor 1,13). L’ecumenismo (che ricordiamo in modo particolare a gennaio con la Settimana per l’unità dei cristiani) viene celebrato in rapporto con la Conversione di san Paolo, ma deve essere anche collegato con la comunione lungo i secoli dell’unica Chiesa di Cristo e che ricordiamo liturgicamente con la celebrazione della Cattedra di san Pietro. L’unità della Chiesa, corpo Mistico di Gesù deve essere compresa nel senso della comunione dei cristiani oggi ma anche dei cristiani lungo i secoli.

La romanità 

Don Alberione ci teneva al legame con la sede petrina che indicava con il termine “romanità”, ed insegnava a non disgiungerla dall’Eucarestia, dove i problemi del nostro oggi sono pensati davanti a Gesù stesso e in intima comunione con Lui. In “Abundantes divitiae” il Primo Maestro parla del valore della romanità dopo aver ricordato le traversie storiche ed ecclesiali a cavallo del ’900 e dopo aver considerato dei nuovi mezzi e del susseguirsi di atti della Santa Sede «che invitavano i cattolici ad essere all’altezza dei nuovi compiti» (cfr. AD 54-55). «Queste cose ed esperienze, meditate innanzi al Santissimo Sacramento, maturarono la persuasione: sempre, solo ed in tutto, la romanità. Tutto era stato scuola ed orientamento. Non vi è salute fuori di essa; non occorrono altre prove per dimostrare che il Papa è il gran faro acceso da Gesù all’umanità, per ogni secolo. I primi membri facevano un quarto voto, “obbedienza al Papa quanto all’apostolato”, messo a servizio del Vicario di Gesù Cristo» (AD 56-57). Nella felice ricorrenza dei cento anni della Famiglia Paolina a Roma dovremmo accogliere l’invito di Papa Leone XIV per essere adeguati ai cambiamenti dei tempi oggi: «Come la rivoluzione industriale richiedeva l’alfabetizzazione di base per permettere alle persone di reagire alla novità, così anche la rivoluzione digitale richiede un’alfabetizzazione digitale (insieme a una formazione umanistica e culturale)» (cfr. Messaggio per la LX Giornata Mondiale delle Comunicazioni Sociali).

don Gino

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